

Armando Renzi(1915-1985) è stato compositore, pianista, direttore d’orchestra e di coro. Studiò al Conservatorio di Santa Cecilia e all’Accademia di S.Cecilia in Roma con grandi maestri come Casella, Molinari, Pizzetti , Germani e Ferretti. Svolse un’intensa attività concertistica, sia come pianista che come compositore e scrisse anche colonne sonore per il cinema italiano. Durante la sua lunga carriera, fu nominato direttore della Cappella Giulia a S.Pietro in Vaticano, ma l’insegnamento fu la sua vera missione: dal 1965 insegnò armonia e composizione presso il Pontificio Istituto di musica sacra, nel 1967 fondò il Conservatorio dell’Aquila, nel 1979 insegnò Alta Composizione al Conservatorio Niccolò Piccinni di Bari, diretto in quel periodo da Nino Rota. È in questa veste di amatissimo docente che lo ricorda, in occasione del quarantesimo anniversario della morte, la sua allieva Angela Montemurro, nostra amica e collaboratrice, con questo brano pieno di affettuosa nostalgia. Biancastella
Alto, biondo-bianco, con occhialetti trasparenti dalle stanghette dorate, celava, pur con lenti spesse da miope, occhi perpetuamente mobili e arguti, forse azzurri. La corporatura, snella ma imponente, tendeva “verso l’alto” (“Maestro non ti “allargavi”, se mai “lievitavi”)”. L’abito sobrio rifletteva una naturale eleganza, indicando il suo disinteresse per tali frivolezze. Il suo eloquio forbito, con una voce che attraversava tonalità e colori sempre nuovi, variava dal silenzioso accennare all’alto-rauco vociare in quasi grammelot romanesco. Le sue mani, bianche, stupende, con dita forti e affusolate e unghie ben curate sapevano dirigere per gli allievi immaginarie orchestre e cori inafferrabili, evocando suoni che venivano percepiti realmente. Agilissime sul pianoforte, le sue mani svelavano chiaramente che il principe degli strumenti “cantava” ma era anche “percuotibile”, e che l’approccio alla tastiera poteva vincere le leggi della fisica. Quando suonava, la storia della Musica non era più storia, ma diventava “un presente” in cui il Tempo si faceva eterno. Nella sua mente prodigiosa risiedeva tutta la Musica; poteva suonare qualsiasi brano in qualsiasi tonalità, modificando immediatamente il tessuto armonico senza problemi, anche in passaggi con doppie terze o seste. Questa era la “Magia del genio!”.

Caro maestro, così mi apparivi e mi appari, e il ricordo di una giovanetta si sovrappone al rimpianto di una musicista in età, che non può smettere di sentirsi infinitamente debitrice nei confronti del tuo Dire in Musica, del tuo Fare Musica, del tuo Curare la Musica, del tuo Inventare, Reinventare la Musica. Fin dal primo incontro, distribuivi a noi futuri allievi un rigo musicale da continuare, firmato con la sigla AR, dimostrando una rapidità tra ideazione e scrittura che ci fece pensare a un “novello grande”, come Monteverdi. La tua dedizione era tale che componesti la musica per la liturgia del giorno dopo durante un volo – come ci raccontasti – , approfittando del viaggio per lavorare..E questa era la tua vita!
Eri un “finto normale” che viveva una vita speciale, capace di restare sveglio per tre giorni consecutivi, in piedi a scrivere al leggio, senza mangiare, dormire o parlare, per completare un’intera sinfonia con il tuo “orecchio interno”, per poi trasferirla direttamente in partitura. Quando venivi a Bari per le lezioni, noi allievi eravamo “auto-requisiti” per due giorni, senza distrazioni da famiglia, amici o altri studi. Persino il pranzo era comune, offerto da Rota, che ti teneva in altissima considerazione. Ed era bellissimo con te affrontare tanti argomenti, quelli della vita musicale romana, quelli dell’insegnamento (una volta ci dicesti che riuscivi a far contemporaneamente lezione a quattro –cinque persone contemporaneamente, a casa tua, uscendo e entrando in ogni stanza riservata a ogni singolo discente, come avevi fatto in quella sorta di esame di ammissione in Conservatorio, a Bari, con noi), e ci piaceva ragionare anche del tuo quotidiano, che a noi sembrava inarrivabilmente unico!
Il tuo metodo di insegnamento era basato sul “Dono: Dono di Sapienza, Dono di Virtù, Dono di Amore”. Quante volte, poi, quando ci vedevi in difficoltà o commentavi anche tu le tue difficoltà, dalla salute alla stanchezza, alla Fortuna, alzavi quel tuo meraviglioso dito indice al cielo, e dai tuoi occhialini dorati si intravedevano i tuoi arguti occhi protesi al cielo: la tua Fede era lì, in quell’indice elevato per noi. Tu Maestro eri il nostro battistrada: “scoprite, Musici, i terreni imbattuti, ma conoscendo alla perfezione quelli battuti!”. Non sapevo ancora niente di Musica e mi facesti dirigere l’Ave Maria di Strawinski. Non sapevo ancora molto e mi facesti comporre tantissimi brani: mi spronavi col tuo Esempio, colla tua Parola, col tuo Suono.
Eppure non ci facevi solo lavorare ma ci facevi anche divertire col tuo sagace spirito, proprio di chi voleva essere umile e semplice per forza! Una volta parlando di tecnica pianistica e di segreti dei grandi pianisti ci raccontasti un aneddoto su tuo nonno che, per spiare i segreti di Liszt ospite in Vaticano, lo osservò da una stanza adiacente alla sua e scoprì che il grande ungherese studiava tutta la giornata “lentissimamente”. Da questo, indicavi che “Il lavoro è sacrificio, pazienza, artigianato”. Anche tu avevi l’abitudine di lavorare in campagna per alcuni giorni prima di un concerto, per poi studiare con le mani affaticate: “se i brani ti riuscivano bene con le tue mani di contadino, dicevi, erano pronti per le esibizioni più importanti”. Questo ci spingeva a studiare “alla Liszt”, con dedizione per ore e ore. Ebbene, caro Maestro, quei tuoi insegnamenti, quel tuo spronarci a studiare, a lavorare, a non fermarci e a non dimenticare di volgere gli occhi verso il cielo, sono stati la nostra guida, la nostra ispirazione e ci hanno plasmati non solo per la nostra carriera musicale ma anche per la nostra visione della vita. Grazie.

