Critica al Maschilismo: Le Donne e il Loro Ruolo

Il sale sulla coda 30 di Ritangela Tomasicchio a cura di Biancastella

Ah il maschilismo… quella deliziosa piaga sociale che forse, in parte, abbiamo creata anche noi donne. O, perlomeno, abbiamo contribuito ad alimentarla.

Mia madre, per esempio, ha avuto altre due figlie dopo di me, concepite non per amore di prole ma come disperati “tentativi” di mio padre per avere il Santo Graal domestico: il MASCHIO.

Tra l’altro, se fosse nato un maschio, mia madre avrebbe avuto in premio una pelliccia di visone! Come se la produzione di cromosomi XY dipendesse dalla sua volontà. Invece dopo l’ultima nascita, mio padre comprò un pianoforte per completare l’educazione di tre fanciulle di buona famiglia. E mia madre? Ci rimase così male che per poco non ingoiò il rospo con tutto il ruscello.

E non è finita qui! La mia genitrice si è sempre lamentata per tutti i soldi spesi per le mie lezioni di piano che, secondo lei, non sono servite a nulla. In effetti molte ore della mia gioventù si sono spese, non nella nobile arte della caccia all’anima gemella, ma nello stare seduta al piano, tormentata da esercizi per rendere agili le mani. In realtà per nevrotizzare il mio cervello e soprattutto quello del signore che abitava al piano inferiore munito di scopa da sbattere al soffitto per avvertirmi di smetterla seduta stante. A ricordo perenne il piano è ancora inserito trionfante ed imponente nell’arredamento della mia casa da sposata e, anche se lo suono raramente, tra me e lui c’è lo stesso rapporto intimo ed intricato tra vittima e torturatore.

Quando nacque mia figlia, mia madre, stanca di averci allevato da sola dopo la morte di mio padre, curato la nostra istruzione e dataci la possibilità di inserirci nella società con un lavoro più che dignitoso, esclamò stranamente con la drammaticità di una donna indiana: “Un’altra femmina!!!”E quando nacque mio nipote, il figlio di mia sorella, pretese invano indietro il pianoforte per dargli una “formazione completa”. Ah, la logica femminile di fronte al sacro maschio!

Insomma, alcune donne, quando hanno un maschio in famiglia, si dimenticano di essere donne oppure, più probabilmente, sentono una sorta di vendetta karmica di tutte le ingiustizie subite dalla società. Finalmente hanno un alleato e ritengono in seguito che nessuna fanciulla possa essere all’altezza del loro virgulto, nemmeno se si presentasse con il Nobel in tasca .

Mi ricordo che nel cortile interno della mia casa da ragazza, sul balcone di fronte, con orgoglio, ogni tanto una conoscente esponeva ad asciugare il materasso del figlio adolescente. Lo faceva, come si mostravano le lenzuola della prima notte di nozze nel secolo scorso, dicendo felice alle amiche che il figlio era “uomo”. Un vero spettacolo! A tredici anni, su queste faccende, io ero all’oscuro di tutto, ma siccome quel ragazzo mi era antipatico, quando lo vedevo, gli chiedevo dal balcone con la mia vociaccia stridula, solo per farlo innervosire, se durante la notte avesse fatto un’altra volta la pipì a letto. Dalla finestra vicina arrivavano anche gli sfottò delle sartine che il tizio ignorava, perché di basso livello, ma erano le mie alleate contro quel damerino. 

E ancora, nel matrimonio una nuora non può eccellere in società più del marito, è la sacra gerarchia! Ciò è sopportabile, però, a denti stretti, solo se la professione della donna dà più soddisfazioni dal punto di vista economico, ma la moglie non si deve montare la testa, i risultati con fatica raggiunti non li deve ostentare. Una mia amica aveva una suocera che era un castigo degli dei. Quando ci fu l’inaugurazione della casa degli sposi, la suocera notò che il diploma di laurea del figlio non aveva i colori ed i ghirigori di quello della nuora. Appartenevano a due facoltà ed università diverse. La cosa non le piaceva e pensava che si potesse rimediare al fatto con un ritocchino estetico. Con arguzia allora la nuora esclamò che avrebbe provveduto mettendo delle luminarie attorno al diploma del marito, per dargli la giusta dignità. Un’illuminazione in tutti i sensi.

Purtroppo la vera rovina dell’uomo dipende anche dal mammismo soprattutto meridionale e dal concetto paterno che l’uomo deve essere un duro, che per natura nasce cacciatore e sciupafemmine e la madre unitamente al coniuge ne è orgogliosa. Invece se il figlio è timido, introverso, il padre barese, con la delicatezza di un orso in un negozio di cristalli, come minimo dirà: “Quande iè fesse, cudd fighie mi” (quanto è fesso, quel figlio mio), analizzando tutta l’ascendenza e la discendenza per trovare le cause della disgrazia.

L’immagine rappresenta i temi dell’articolo ed è stata generata dall’Intelligenza Artificiale

Questa mentalità fortunatamente è superata nei grandi centri urbani evoluti, ma purtroppo nei paesi agricoli permane. Così, se una famiglia da un paese, per vari motivi, si trasferisce in città, continua ad avere lo stesso modus vivendi. Inoltre il ragazzo deve inserirsi in una nuova famiglia abbiente, crescere con la ragazza in un fidanzamento prematuro e lungo, con la speranza di essere aiutato professionalmente dalla futura famiglia ad inserirsi nella società. Ciò non impedisce, comunque, che il calabrone svolazzi alla ricerca del fiore più profumato. E la fidanzata diventa una riserva in panchina o meglio nell’armadio in naftalina o nei surgelati in frigo.Io più poeticamente sceglierei l’immagine di un fiore che, aspettando troppo, rischia di avvizzire sul ramo, come una rosa dimenticata.

Amara, cinica, meschina realtà. Aprite gli occhi, ragazze mie, la nonna consiglia: “Sempre libere, ma con cento pretendenti e ricordate: il vero principe azzurro è quello che sa usare la lavatrice”.

Ritangela Tomasicchio per Giada ed Irene.