La prima supplenza: lezione di vita

Il sale sulla coda 29 di Ritangela Tomasicchio a cura di Biancastella

“Pssoréééé…”: era il loro grido di guerra, un’abbreviazione in vernacolo barese per “professoressa” o “prof.” normalmente. Nonostante i lunghi anni passati, sento ancora nelle mie orecchie quel “Pssorééé…”

Era la prima supplenza agognata e non m’importava che fosse al quartiere San Paolo di Bari, il C.E.P. I giovani di quel quartiere periferico con orgoglio rielaboravano l’acronimo con Centro Elementi Pericolosi.

La mia classe di scuola media era formata da elementi in fondo buoni d’animo che però giocavano ad essere cattivi, a spacciarsi per sventratori di gatti, portatori di coltelli nel risvolto dei jeans.

Al primo banco c’era Radàr, denominato così per le sue orecchie a sventola e perché muoveva sempre la testa a destra e a sinistra incuriosito da ogni commento dei compagni e non gli sfuggiva nulla, ma della lezione tutto.

Ogni alunno aveva un soprannome datogli dai compagni ed il più delle volte ne andava fiero oppure, se sottolineava caratteristiche negative, lo doveva sopportare, questa è l’usanza del popolino a Bari.

Il capoclasse, o meglio il capobanda, era un pluriripetente, Polléx, cognome che si pronunciava accentato come quasi tutti gli altri cognomi ancora oggi in dialetto barese, forse a causa della antica invasione francese, ma!?!

Pollex nel compito d’italiano, breve succinto e compendioso, seppe toccare le corde profonde del mio animo, raccontandomi di essere nato disgraziato, perché colpito dalla “poliomieliti infantini”e dalla “empantiti virali”. Era molto alto rispetto ai compagni per i suoi insuccessi scolastici e con gli esiti della polio.

Immagine generata dall’AI su precise indicazioni della curatrice che rispecchiano il testo e i personaggi; il ragazzo in fondo , più alto di tutti, è Pollex, al centro la prof. e sulla porta il bidello Ciccio

A quel tempo ero sempre vestita di nero, perché portavo il lutto per la morte di mio padre e Pollex con estrema delicatezza un giorno mi chiese: “Pssoré, chi gli è perito?“. A suo avviso, era un modo per non pronunciare quella che in dialetto barese è una bestemmia: “A chi t’è morto“.

In quanto a bestemmie ed imprecazioni ce n’erano al minuto di tutti i generi per lo più rivolte alle madri dei compagni. Poi quasi sempre qualcuno si avvicinava alla cattedra per accusare chi aveva “gastemmiato”, traduzione italianizzata per “ bestemmiato” da “gasteme” pronunciata senza la e finale che significa bestemmia.

Il fenomeno della bestemmia si verificava soprattutto quando disperatamente cercavo di coinvolgere tutta la classe nell’interrogazione individuale, ma del malcapitato alla lavagna i compagni se ne fregavano e pensavano a scambiarsi in diagonale da un punto all’altro della classe imprecazioni o a commentare qualche film western, in dialetto naturalmente.

Le spiegazioni di grammatica erano uno strazio per me e per loro e così Pollex un giorno intervenne con piglio sindacale: Pssorééé, cosa volete da noi? Ma chi vi ha dato la “laura”? Toglietevi la pelliccia e “scancellate alla lavagna”. La pelliccia con cui dovevo cancellare alla lavagna la mia sofferta spiegazione, era solo un annoso collo di lapin su un modesto cappotto. La mortificazione provata servì a modificare negli anni a venire la mia didattica più di un soporifero corso di formazione. A mortificazione si aggiunse mortificazione quando il collega che mi accompagnava mi fece notare le gomme a terra della sua macchina. Il giorno dopo Pollex mi chiese con fare giornalistico i commenti del mio collega sull’accaduto. E concluse con un’espressione del viso più intensa di quella di Al Pacino.

Le guerre civili o meglio le zuffe scoppiavano spessissimo anche con la mia presenza in classe e correvo il rischio di venirne travolta, allora sulla porta appariva il bidello Ciccio con la mazza che non veniva mai usata, ma aveva il potere della camomilla.

Mi commosse Rosetta che un giorno venne alla cattedra confidandomi che l’avevano chiamata prostituta, ma lei da futura femminista mi disse che non stava e non voleva stare in nessun istituto.

Comunque mi volevano bene e se m’incontravano per il quartiere mi indicavano con orgoglio, gridando: “Quella è la professoressa nostra”. Poi il solito Pollex in classe: “Pssoré, se voi venite con noi, non vi succede niente”.

E per finire memorabile fu l’episodio di quando Pollex si presentò volontario per salvare i suoi compagni nel tripudio generale. Pur zoppicando e trascinando la gamba offesa, arrivò alla cattedra con l’atteggiamento di un salvatore della patria. Fu breve succinto e compendioso come sempre:” Pssoré, i Fenici furono un popolo di grandi navigatori, non avendo la terra da coltivare, coltivarono mare”. E stop.

PS.  Rividi Pollex in una boutique maschile come commesso. Gli avevano dato un abito scuro, formale. Di nascosto del titolare mi rivolse a flash uno sguardo trepidante, lo ricambiai con un sorriso d’intesa.

Ritangela Tomasicchio composuit il 7 aprile 2025 in Bari (come fosse una poesia!! NdR)