
Il testo di Angela, la nostra amica musicista, è questa volta un omaggio personale e affettuoso a Nino Rota, focalizzato sulla sua figura di insegnante e direttore del Conservatorio Piccinni di Bari, dove Angela ha studiato, piuttosto che sulla sua più nota carriera di compositore. Ne emerge un ritratto vivido e umano del Maestro, arricchito da aneddoti che ne illuminano il carattere.
Grazie, Angela, per aver voluto condividere nel Blog non tanto il ritratto del celebre compositore quanto il ricordo vivo e pulsante del Maestro che ha insegnato a voi futuri musicisti a cercare il sacro nella musica e la musica nel cuore
Biancastella

Di Nino Rota hanno parlato e scritto in molti: gli amici, i critici, i collaboratori.
Tutti hanno messo in luce taluni aspetti della sua personalità che si ritrovano poi nella freschezza e nella originalità della sua musica.
E’ stato detto che era una persona amabile, squisita, che pareva vivesse in un suo mondo tra l’infantile e l’incantato, che conversava con la sua voce lieve, guardando lontano, quasi chiedendo scusa di dire cose sempre importanti; che il suo universo musicale attingeva a quanto di vagheggiato e di fantasioso è in ognuno di noi, e che perciò arriva subito ad essere percepito in maniera quasi sensitiva dagli ascoltatori, come rivelasse che c’è una sfera innocente in cui dolore e gioia creano ritmi fluenti e melodie pensose in cui si opera la catarsi del quotidiano. Si è parlato della sua produzione di “musica per films”, e di “musica seria”, anche se per lui questa distinzione non aveva senso, perché intendeva la musica come un tutt’uno non scindibile in categorie: lui è’ stato grande sempre, sia che illuminasse e commentasse il mondo felliniano di cui non era solo interprete bensì ispiratore, sia che scrivesse quei capolavori che sono le sue sinfonie, i suoi concerti per piano e orchestra, le sue opere di ispirazione religiosa, o che poi si “distraesse” dalla produzione”seria” per dedicarsi a collaborare con altri registi. Poco però, credo, si sia detto del Rota “Maestro”. E’ stato maestro di composizione e poi direttore del Conservatorio Piccinni di Bari fino al 1978, anno precedente la sua morte. Fellini ha detto: “Nino per me era la Musica”; ebbene, per noi allievi del Conservatorio, Rota era la Musica. La sua era una presenza costante, discreta ma ferma, severa ma affettuosissima e partecipe, esigente ma tollerante.
Era lì nella sua stanza al pianoterra del Conservatorio, dove viveva quando era a Bari, e tutti sapevamo che, da un momento all’altro, previsto ma inaspettato, discretamente e con un gran sorriso sarebbe potuto entrare, quasi in punta di piedi, e in qualsiasi aula, per assistere alle lezioni in corso. Si interessava di tutti gli allievi, sapeva tutto di tutti, dava consigli a tutti, era presente ai nostri saggi, e se non poteva esserlo perché era lontano, ci pregava comunque di suonare per lui al suo rientro, e ci ascoltava con la testa tra le mani, esigendo lo spartito, dove seguiva umilmente il testo, lui che aveva tutta la musica nella testa!






Il Conservatorio a quei tempi era una famiglia, e non pochi allievi trascorrevano molte più ore del dovuto nelle classi, per studiare: quante estati abbiamo passato a preparare esami in quelle aule dove si respirava la nostra fatica e il profumo degli oleandri del giardino sottostante; poi ad un tratto lui entrava, e ci faceva sorridere con qualche battuta affettuosa, prendendoci in giro per la nostra solerzia, poi ci ascoltava suonare e alla fine ci diceva:”ci vediamo stasera, andiamo tutti insieme a cena”; e noi, felici, eravamo ricompensati delle nostre “estati di lavoro” dall’essere poi la sera a tavola col nostro Direttore, allievo tra gli allievi, il quale assaggiava dai piatti di ognuno , dopo aver solennemente promesso che, essendo a dieta, per quella volta non avrebbe mangiato nulla!
Un’estate volle portare una sua cugina milanese a visitare il Conservatorio, e la condusse per una mattinata tra aule e corridoi, aprendo all’improvviso le poche stanze da cui sentiva provenire il “suono” degli strumenti sui quali studiavamo “eroici”, e presentava a lei ognuno di noi, con un guizzo d’orgoglio affettuoso e partecipe.
Sentiva in maniera esclusiva la sacralità del suo compito, si sentiva amico ma padre, pretendeva sincerità ed educazione, ma si divertiva fanciullescamente poi al sentire le nostre barzellette, e spesso ne aveva da raccontare anche lui, anche se finiva per raccontare sempre le stesse, ridendo prima che arrivasse la battuta finale.
A quei tempi avevamo, alcuni di noi, intrapreso il vizio di fumare, e una volta ci permettemmo io, Eva Prayer e Gianna Valente, (due mie colleghe allieve pianiste) di accendere una sigaretta nel Salone dei Saggi, dove troneggiavano lampadari di antico Murano. Lui entrò silenzioso nel Salone, ci scoprì a compiere il misfatto, ci rimproverò aspramente e ci obbligò a raccattare in ogni angolo nascosto del Conservatorio tutte le cicche di sigaretta che riuscisse a scorgere, anche quelle sepolte e nascoste da ignoti e a noi estranei fumatori.
Poi, alla fine di questa estenuante punizione, ci dette appuntamento per la sera al “Gatto Verde”, pizzeria allora usualmente da noi frequentata in sua compagnia!
Si commuoveva per tutto ciò che esprimesse l’innocenza dell’infanzia: lo abbiamo sentito con voce rotta dal pianto di fronte ad un Gesù di cartapesta creato dai bambini della nostra Scuola Media per festeggiare il suo ultimo Natale tra noi.
E poi, quando parlava di Musica e di interpretazione, mostrava una luce particolare nel nominare i grandi compositori. Lui usava chiamarli “Angeli Incarnati”, convinto che il Padreterno ce li avesse inviati sulla terra per donarci un suo segno, che vivesse attraverso la Musica. Questa è forse la più grande eredità lasciata a noi allievi da Rota: la visione del “Sacro” nella Musica, e credo che in questo senso bisognerebbe approfondire il discorso sulla genesi, l’ispirazione e la comprensione della sua produzione musicale.

Rota scriveva Musica e vedeva in essa una maniera per arrivare a Dio. Ecco quindi che la sua innocenza, la sua apparente facilità di scrittura, nascondono un significato molto più elevato: lui desiderava che anche chi ascoltasse la sua musica cogliesse in essa il segno di Dio.
Oggi la sua eredità ha oltrepassato già le nostre generazioni: i nostri allievi non lo hanno fisicamente conosciuto, ma lo amano perché sentono in noi, e in tutta la scuola musicale barese, sempre vivida e feconda, la sua presenza. Tutti noi insegnanti del Conservatorio barese abbiamo cercato di trasfondere nei nostri allievi questo profondo insegnamento che egli ci ha lasciato: la Musica intesa come espressione di qualcosa che va al di là di noi, e quindi l’essere interpreti, ognuno nei limiti delle sue possibilità, senza presunzione, ma con molta umiltà, al servizio degli altri.
Ma c’è anche un P.S. molto personale…
Nino Rota è stato nostro testimone delle nozze, celebrate il 14 febbraio 1977, nella Chiesa della Vallisa. a Bari, dopo un brevissimo fidanzamento.
La prima volta che il Maestro ha visto me e Francesco, mano nella mano, scendere le scale del Conservatorio, si è commosso, ci ha abbracciato, è andato un attimo nel suo studio, e ne è tornato sorridente e felice con la foto in cui Francesco, che allora era tromba del San Carlo, era con lui e con altri Maestri, sul palcoscenico del Teatro, in occasione della prima napoletana della sua opera “Il Torquemada”. Su questa foto aveva apposto per noi la dedica con le note e le parole dell’opera: “In un sol palpito, le dolcezze d’amor…” .

Dopo pochi mesi, quando gli comunicammo la nostra decisione di sposarci, espresse il desiderio di essere nostro testimone di nozze. La nostra gioia fu immensa. Quando, dopo la celebrazione del matrimonio, avvenuta di sera, e le foto di rito, ci raggiunse al ristorante della bellissima “Villa delle Querce” a Palo del Colle per la cena e i festeggiamenti, i responsabili del Resort , riconoscendo in quel gentile signore il famoso compositore Nino Rota, fecero far buio in sala, e a tutto volume diffusero le note ormai universalmente conosciute del Padrino. Rota era molto tenero di cuore, e quando scoppiò l’applauso per lui, al riapparire della luce, si commosse ancora.

