
di Tindara Bonfiglio, a cura di Biancastella
Diamo il benvenuto alla nostra nuova amica Tindara che, da ex docente di italiano e storia e da lettrice accanita, ha deciso di contribuire alla nostra rubrica “La cucina della memoria: manoscritti e libri”, con degli articoli dedicati al rapporto tra letteratura e cibo, cominciando dalla sua terra d’origine, la Sicilia, e da un grande e noto scrittore: Andrea Camilleri.
Nei romanzi di Camilleri, la Sicilia si rivela in tutta la sua complessità, attraverso i paesaggi mozzafiato, i personaggi indimenticabili e una lingua ricca e suggestiva. Un elemento che emerge con forza è proprio il cibo, che non è solo un piacere della vita ma anche uno strumento narrativo potente. Il testo che segue esplora, dunque, il ruolo del cibo nell’opera di questo scrittore così amato, analizzando come esso contribuisca a delineare l’identità siciliana, a caratterizzare i personaggi e a scandire il ritmo delle storie del commissario Montalbano. Il cibo, insomma, esemplificato nei celebri piatti come la pasta ‘ncasciata’ e gli ‘arancini di Adelina’, si trasforma in una metafora palpabile della passione e della tradizione, suggerendo come ogni ricetta sia in realtà una narrazione in sé.
Biancastella




Le riprese a volo d’uccello, oggi si direbbero a volo di drone, nella trasposizione televisiva dei romanzi polizieschi di Andrea Camilleri, ci svelano i suggestivi centri storici di Modica, di Scicli, di Ragusa Ibla, di Pozzallo, del mare di Puntasecca che fanno da scenario alle avvincenti inchieste del commissario Salvo Montalbano.
L’aristocrazia siciliana e la borghesia abitano in sontuosi palazzi, nelle ville iblee dell’Ottocento e del primo Novecento; nel sontuoso castello di Donnafugata, con la sua miscela di stili neogotici e neoclassici, nelle piazze barocche; nobili e borghesi frequentano il Circolo di conversazione, luogo di incontro dell’élite ragusana, con le sale da gioco, quelle di lettura e con il grande salone decorato con affreschi neorinascimentali. L’altra faccia della Sicilia è quella aspra, brulla, arida, con i muretti a secco e le casuzze delle contrade polverose, è la Sicilia che piace a Montalbano che, quando può, abbandona la strada principale e sceglie percorsi alternativi per vedere quei luoghi bruciati dal sole.
Camilleri elegge come luoghi dell’intrigo e dell’indagine la cittadina di Vìgata, la sua Porto Empedocle e Montelusa, come spesso Pirandello chiamava Agrigento, mentre la villetta di Puntasecca si trova nel ragusano. In questo contesto, il cibo emerge come un elemento ricorrente e significativo, che va oltre la semplice descrizione di abitudini alimentari e diventa uno strumento per esplorare l’identità siciliana e le dinamiche tra i personaggi.




Il Cibo come Elemento Identitario
Il cibo nei romanzi di Camilleri è un elemento fondamentale per comprendere la Sicilia e i suoi abitanti. Le descrizioni culinarie ci immergono in un mondo di sapori e profumi che evocano la ricchezza e la varietà della tradizione gastronomica siciliana.
Nel famoso terrazzo, dove Montalbano consuma i pasti preparati dalla fedele Adelina, il cibo diventa un momento di pausa e di riflessione. In una scena memorabile de “Il cane di terracotta”, Montalbano trova conforto in un piatto di pasta ‘ncasciata:
“Andò a casa, si mise il costume da bagno, fece una nuotata lunghissima, rientrò, si asciugò, non si rivestì, nel frigorifero non c’era niente, nel forno troneggiava una teglia con quattro enormi porzioni di pasta ‘ncasciata, piatto degno dell’Olimpo, se ne mangiò due porzioni, rimise la teglia nel forno, puntò la sveglia”
Camilleri ci conduce nel cuore della Sicilia e suscita in noi quel certo “languorino” o “pititto” che induce a divorare le pagine dei suoi romanzi, ci regala emozioni e ricordi che ritornano alla memoria attraverso il connubio cibo e intreccio poliziesco.


Lingua, Cibo e Relazioni
Il rapporto tra lingua e cibo è un altro aspetto importante dell’opera di Camilleri. La lingua “inusuale” di Montalbano, una “miscela linguistica di siciliano autentico, di siciliano reinventato e di italiano storpiato che miracolosamente si fa capire da tutti”, è spesso motivo di scontro con Livia, la fidanzata ligure.
Un esempio significativo è il loro litigio in “La paura di Montalbano”:
“Livia fece una irritante risatina. “Perché ridi?” “Così” “Ennò. Tu ora vieni e mi spieghi picchì minchia ti scappò sta risateddra di scòncica” “Non parlarmi così e non usare il dialetto” “Va bene, scusa” “Cos’è la scòncica?” “Sfottimento, presa in giro”. (La paura di Montalbano)
La lezione di lessicologia si nasconde in un litigio tra innamorati! Il rapporto tra lingua e cibo delinea le dinamiche della narrazione e le caratteristiche dei personaggi.
Le preferenze e le avversioni culinarie dei personaggi contribuiscono a definirne il carattere. Per Montalbano, Augello è quasi un “sacrilego” quando osa condire la pasta alle vongole con il parmigiano:
“Gesù! Persino una jena ch’è una jena e si nutre di carogne avrebbe dato di stomaco all’idea di un piatto di pasta alle vongole col parmigiano sopra! (Il ladro di merendine, Sellerio)
L’incomunicabilità si manifesta anche nel rapporto tra Adelina, la “cammarera”, e Livia; vi è tra di loro una reciproca antipatia tanto che Adelina non si presenta a casa del commissario quando c’è Livia. Livia è incapace di cucinare, tanto che Salvo cerca di sottrarsi ai suoi tentativi:
“Sorpresa! Sono andata in paese, ho fatto la spesa e ho preparato io da mangiare!” Riciviri un colpu di vastuni ‘n testa a tradimento di certo sarebbi stato meglio. (Un covo di vipere, Sellerio)
Cibo, Passione e Memoria
Il cibo è anche legato alla sfera affettiva e sensoriale. Per Montalbano, può essere metafora di passione amorosa:
” La notte ora sciaurava di salsedine, di mentuccia, di whisky e di albicocca, che era propriamente il sciauru della pelle di Ingrid” (Il giro di boa, Sellerio).
Con questo riferimento Camilleri esplicita le emozioni di Montalbano per l’amica svedese Ingrid.
La cucina ideale per Montalbano è quella di Adelina, il cui talento culinario le conferisce un ruolo materno, in contrasto con l’orfanità lasciata dal ristorante di Calogero e dalla figura di Enzo, che lo sostituisce con egregia efficienza. La memoria della tradizione, poi, viene ulteriormente evocata attraverso la figura della nonna Elvira, giudicata “generalessa in cucina”. Il rito degli arancini diventa così simbolo del tempo, dell’impegno e della costante ricerca della perfezione:
“C’era il rito degli arancini. Gli arancini di Montalbano, certo. Mia nonna diceva che prepararli era lungariusu, ci voleva tanto tempo. E il giorno dopo, a tavola, si vedeva com’erano venuti. Perché il problema dell’arancino era il dosaggio, che non era mai lo stesso, e dunque ogni volta mia nonna passava un esame. “Comu vinniru stavota?” domandava. “Un tanticchia asciutti. L’autra vota erano megghiu” rispondeva mio nonno. Un giorno li fece in un modo davvero sublime, e io stavo per dirglielo. Mio zio Massimo mi diede un cavuciu sotto la tavola. “Boniceddu” mi sussurrò. Ma perché? gli domandai. “Perché lei deve sempre superare se stessa: se tu le dai soddisfazione, è finita”.( da Vìgata.org )

I celebri arancini di Adelina convincono Montalbano a rinunciare a trascorrere il Capodanno a Parigi con Livia. La descrizione dettagliata della preparazione degli arancini è una vera e propria celebrazione della cucina siciliana e mi piace terminare questa mia chiacchierata proprio con questo brano:
Gli arancini di Adelina
“Gesù, gli arancini di Adelina! Li aveva assaggiati solo una volta: un ricordo che sicuramente gli era trasùto nel DNA, nel patrimonio genetico. Adelina ci metteva due jornate sane sane a prepararle. Ne sapeva, a memoria, la ricetta:
Il giorno avanti si fa un aggrassato di vitellone e di maiale in parti uguali che deve còciri a foco lentissimo per ore e ore con cipolla, pummadoro, sedano, prezzemolo e basilico. Il giorno appresso si prìpara un risotto, quello che chiamano alla milanisa (senza zaffirano, pi carità !), lo si versa sopra a una tavola, ci si impastano le ova e lo si fa rifriddàre. Intanto si còcino i pisellini, si fa una besciamella, si riducono a pezzettini gna poco di fette di salame e si fa tutta una composta con la carne aggrassata, triturata a mano con la mezzaluna (nenti frullatore, pì carità di Dio !). Il suco della carne s’ammisca col risotto. A questo punto si piglia tanticchia di risotto, s’assistema nel palmo d’una mano fatta a conca, ci si mette dentro quanto un cucchiaio di composta e si copre con dell’altro riso a formare una bella palla. Ogni palla la si fa rotolare nella farina, poi si passa nel bianco d’ovo e nel pane grattato. Doppo, tutti gli arancini s’infilano in una padeddra d’oglio bollente e si fanno friggere fino a quando pigliano un colore d’oro vecchio. Si lasciano scolare sulla carta e alla fine, ringraziannu u Signiruzzu, si mangiano !” ( Gli arancini di Montalbano, p. 266)
E adesso il menu con le ricette di Montalbano:
Antipasto: caponata di melanzane
Ingredienti:
- 1 tazza di salsa di pomodoro
- 200 gr. di olive bianche
- 1 mazzetto di sedano
- 50 gr. di capperi
- 12 melanzane
- 3 cucchiai di aceto
- 3 cucchiai di zucchero
- 100 gr. mandorle tostate
Tagliate le melanzane a dadi e friggetele dopo averle tenute per più di un’ora in acqua e sale. A parte fate rosolare in un tegame con poco olio le olive snocciolate, i capperi ed il sedano, che avrete tagliuzzato e già bollito in acqua per una decina di minuti per intenerirlo. Aggiungete la salsa di pomodoro e condite con l’aceto e lo zucchero. Versate nel tegame anche le melanzane e lasciatele insaporire per qualche minuto nel sugo a fuoco bassissimo, scuotendo di tanto in tanto il tegame per non farle attaccare la fondo. Passate la caponata nel piatto di portata e copritela con le mandorle tritate. Servite perfettamente fredda, anche il giorno dopo
Primo piatto: la pasta ‘ncasciata’
Una delle pietanze più preziose, quella capace di procurare a Montalbano il massimo godimento è la famosa pasta ‘ncasciata di Adelina che Camilleri cita spesso in più racconti. La pasta ‘ncasciata è una variante della pasta al forno e rappresenta uno dei piatti forti della cameriera Adelina.
Ingredienti: (per 6 persone)
- 600 gr. di magliette di maccheroncino
- 200 gr. di tuma o caciocavallo fresco
- 200 gr. di carne tritata
- 50 gr. di mortadella o salame
- 2 uova sode
- 4 melanzane
- 100 gr. di pecorino grattugiato
- salsa di pomodoro
- ½ bicchiere di vino bianco
- basilico
- olio, sale e pepe
Tagliate le melanzane a fette e friggetele dopo averle tenute per un’ora in acqua e sale. Soffriggete in tanto il tritato in un tegame, con olio abbondante, sfumate col vino e completate la cottura aggiungendo qualche cucchiaio di salsa di pomodoro. Lessate la pasta, scolatela al dente e condite in una zuppiera con la salsa di pomodoro. Prendete una teglia ben unta e spolverata di pangrattato e versatevi le magliette alternandole a strati con la carne tritata, le melanzane fritte, il formaggio grattugiato il basilico, le uova sode, la tuma e il salame tagliati a fette. Chiudete l’ultimo strato di pasta con melanzane, salsa e molto pecorino. Passate al forno caldo per circa 20 minuti. Il formaggio, sciogliendosi forma una leggera crosta dorata (da cui il nome ‘ncaciata, da em>cacio).
Secondo piatto: Triglie fritte
Ingredienti: (per 4 persone)
- 1 kg. di triglie
- 2-3 limoni di media grandezza
- ciuffetti di prezzemolo
- farina
- olio e sale
Pulite le triglie, sciacquate in acqua corrente, infarinatele leggermente e friggetele in abbondante olio caldo in una padella. Appena saranno dorate lasciatele sgocciolare su carta da cucina, salatele e servitele ancora calde in un piatto che decorerete con mezzi limoni e ciuffetti di prezzemolo.
Dolci: Mustaccioli di vino cotto
Ingredienti:
- 1 lt. di vino cotto
- 150 gr. di mandorle
- farina
- cannella
Fate bollire il vino cotto e aggiungete a poco a poco la farina finché non si ottiene una pasta consistente. Quindi formate tanti listarelli, sistemateli in una teglia imburrata e infornateli per circa 15 minuti. Infine tagliate i mostazzoli, bagnateli nel vino cotto e passatele nello zucchero e nelle mandorle. Le amiche




