
Quale modo migliore per onorare la profondità e la complessità del legame materno se non attraverso la poesia? La parola poetica che evoca emozioni e dipinge immagini vivide, riesce ad esprimere il sentimento filiale in maniera unica. Le tre poesie che seguono offrono sfumature diverse di questo rapporto speciale: Alda Merini tocca il tema della maternità con la sua sensibilità intensa e con la sua forte capacità di resilienza; Umberto Saba dedica a sua madre una delle posie più famose e significative della sua opera in cui il suo ricordo non è solo un rimpianto ma una presenza costante nella sua vita e non poteva mancare, con la necessaria modestia, anche una poesia ironica e divertente, ma piena di affetto dedicata a sua madre, della nostra Ritangela. Un pensiero pieno di nostalgia anche a mia madre, che, nonostante il passare degli anni, mi manca sempre.
Biancastella

Le madri non finiscono mai
Le madri non finiscono mai,
nonostante i figli crescano
e prendano altre strade.
Rimangono lì,
come un porto sicuro,
un faro nella notte,
un abbraccio caldo
anche quando la distanza
si fa sentire forte.
Le madri sono radici profonde,
che tengono saldo l'albero della vita,
anche quando il vento soffia impetuoso
e le tempeste sembrano non finire.
Portano nel cuore
le gioie e i dolori dei figli,
le loro speranze e le loro paure,
e sanno sempre trovare
una parola di conforto,
un gesto d'amore,
un silenzio complice.
Le madri non finiscono mai,
perché l'amore di una madre
è un filo invisibile
che lega per sempre
i cuori dei suoi figli.
Alda Merini
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A mia madre
Trieste ha una scontrosa
grazia. Se piace,
è come un ragazzo aspro e vorace,
con gli occhi azzurri e mani troppo grandi
per offrire un fiore;
come un amore
con gelosia.
Da te ricevei cotesta
scontrosa grazia; e il mare è in me
qualcosa che non so spiegare;
un'ansia antica è mia,
che le tue calme mani calmarono.
Tu fosti la prima
e la più vera
dolcezza nella mia vita;
e il tuo ricordo m'è compagno sempre:
le tue calme mani.
Umberto Saba
Mia madre e i suoi cappelli
Questa è una storia
all'inizio edulcorata
che quasi come una filastrocca
viene narrata:
"Mamma partì
col cappello rosa
trepida sposa
dalle guance rosa.
Ritornò più bella,
fiera,
con meno rossore
sul suo volto
e gli occhi di smeraldo
rilucenti
sotto un cappello di velluto
verde.
Allora lo sguardo aveva
di speranza
all'avvenire volto
e fortunata assai si riteneva…
E poi ricordo
il quadro dolce
di un bambino
sul suo seno
all'ombra di una larga falda
quale piacevole ostacolo
alla vista
di un vasto e lontano orizzonte sereno.
E poi ce ne sono stati tanti
di cappelli
gioco di piccole mani
impertinenti...
di lana blu,
con le piumette,
con gli spilloni
e quello rosso
con la rosa nera
ed un buco alla veletta
forse per un bacio
strappato all'improvviso, di fretta...
Portati come bandiere,
sempre, i suoi cappelli,
a volte amici di conforto
alla rabbia, alle lacrime ai dolori,
sempre multicolori
come varia fu la sua vita.
L'ultimo volò in primavera
ad un colpo di vento
nell'aria profumata.
E mamma,
con un certo sorriso,
lasciò che cadesse
nel ruscello
liberandosi con lui
del fardello
di tutti i suoi pensieri...
Mancava poco alla fine
del romanzo
e se ci penso,
è strano
come la vita se ne va,
trascinata via,
senza rimedi e peso,
ma con un'infinita malinconia,
lasciando in sospeso,
quali dolci ricordi
di una mamma,
tutti i suoi cappelli
vari, adorati e strani"
Ritangela Tomasicchio composuit 2011
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