
L’ironia e soprattutto l’autoironia sono congeniali alla scrittura di Ritangela e persino quando si tratta dei più teneri ricordi giovanili, la penna diventa pungente e la pagina si tinge di “colorito” sarcasmo. Il tutto perfetto per la rubrica “Il sale sulla coda”. Biancastella
Avevo diciannove anni…Nascosi il delicato vestito rosa laminato sotto il mio modesto cappotto col collo annoso di lapin e presi l’autobus. Le calze argentate come le scarpe tradivano la mia destinazione elegante: la bella vecchia sede romantica ori e stucchi del Circolo ufficiali, ora non più agibile. Avrei partecipato con i miei sogni ad un tè danzante. Lì c’era mio cugino ad aspettarmi. Il patto era che ognuno era libero di farsi i fatti propri e i rispettivi parenti non dovevano sapere niente delle nostre malefatte, in verità più sue che mie, ma altrimenti non avrei avuto il permesso di andare a ballare senza un accompagnatore.
Quando arrivai, naturalmente mi tolsi il cappotto e mi specchiai nel grande specchio dalla bella cornice dorata: ero una nuvola rosa dagli occhi verdi in una sala d’altri tempi. Mi accorsi di aver sbagliato profumo, era maschile, ma avevo solo un campioncino ed a quei tempi non potevo permettermi altro. Stranamente, però, la mia scia attirò subito, come mosconi, una fila di cadetti. Ed iniziai ad essere invitata ballo dopo ballo…
Il complesso sonava “Il suo nome è donna Rosa”, dato il colore del mio vestito, ed io con i cadetti ero “elegante e capricciosa”, nonché provetta danzatrice di valzer viennese che avrei preferito a quel “valzerino zum-pappà” da festa di paese. Tutti i cadetti a gara mi si presentavano, mi parlavano della loro provenienza. Purtroppo nessuno mi piaceva, sono stata sempre di gusti difficili…
Intanto una delegazione di madri era andata a protestare in direzione per la tappezzeria che facevano quelle piccole befane delle loro figlie.
Arrivò un vecchio generale che mi invitò a ballare con l’intento di farmi un interrogatorio. Quando sentì che appartenevo ad una famiglia con ben tre generali, tra l’altro pure amici suoi, m’invitò a venire più spesso al circolo e continuò a ballare con me, finché fortunatamente la moglie incominciò a dare segni d’impazienza.
Quando la festa finì, tornai a casa bella e trionfante in una giovinezza che ormai da tempo non c’è più. Continuai a svolazzare per casa, non volendo togliermi il vestito quasi per non far svanire la magia…
Fu mia madre a notare che l’orlo leggero del pur casto vestito, ad ogni giravolta metteva in evidenza i ganci del reggicalze (non si vendevano ancora i collant argentati), nonché un po’ delle mie bellezze al di sopra delle ginocchia. Così fu svelato l’arcano ed il perché di quell’interminabile valzer, frutto di un’associazione a delinquere maschile tra musicanti e soldatini dai risvegliati forti ormoni giovanili. Bisogna senz’altro tenere presente il regime di caserma, ma a quei tempi bastava ben poco per far scoppiare gli incendi. Le amiche

