Scopri i “3 Morceaux en forme de Poire”: ironia e musica

La Musica 3 di Angela Montemurro

Erik Satie nasce nel 1866 a Honfleur, nella Bassa Normandia, dall’inglese Jane Leslie Anton, di madre scozzese, e da Alfred Satie, mediatore marittimo. Fu battezzato nella fede anglicana. Dopo la prematura morte della madre, avvenuta nel 1871, il padre affidò il piccolo Eric (lui poi aggiunse il k) alle cure dei nonni materni, che preferirono iscriverlo come pensionante al Collegio di Honfleur, dove dovette rinunciare alla fede anglicana per essere battezzato nella religione cattolica. I nonni avevano, dunque, rifiutato il piccolo vikingo scozzese, ed ecco la ragione per cui S. aggiunge il k al suo nome, ed ecco la spiegazione del suo carattere scevro da ogni convenzione, che fa di lui un provocatore, un asociale, un eccentrico.

I suoi studi successivi al Conservatorio di Parigi sono contrassegnati da un atteggiamento di “mediocre” (così fu giudicato) disimpegno, per cui esce dal Conservatorio nel 1886, e tenta la carriera militare, che interrompe presto, procurandosi volontariamente una severa polmonite “liberatoria”.  Nel 1887 si trasferisce a Montmartre, centro della vita bohémienne, dove troverà lavoro, come pianista e direttore dell’orchestra del cabaret nel ritrovo “Le Chat noir”, luogo di incontro di artisti di ogni estrazione, pittori, poeti, scapigliati, chansonniers, tutti legati dall’orrore del banale e del convenzionale e protesi nel sogno di divenire architetti di nuove dottrine. E così, unendo lo stigma impressogli dal suo doloroso passato di bambino rifiutato a quello ricevuto dalla frequentazione con questa varia umanità, appassionata del sogno artistico e incurante delle preoccupazioni del presente e delle necessità di costruire un domani all’insegna del benessere materiale, si compenetra di misticismo.  S. diventa nell’arte il paladino di una poetica antiaccademica della musica, che deve essere semplice, essenziale, fruibile nell’immediato anche da chi non ha mezzi culturali. Nella vita diventa il fondatore e unico membro dell’ Eglise  metropolitaine d’Art de Jesus conducteur”, che crea dopo la rottura con l’ordine dei Rosacroce, cui si era avvicinato nel 1891 e per cui aveva scritto anche delle musiche, come “maestro di cappella”. Nel frattempo cambia tre volte casa, e la terza e ultima dimora, avendo devoluto in beneficenza un piccolo lascito del padre, è uno studio, che egli chiama “Placard”, ossia “Armadio”, di due metri per uno e mezzo, dove deve vivere disteso sul letto, perché il rimanente spazio è occupato dal pianoforte, da cui non si separa mai. Per la sua nuova “Eglise metropolitaine”compone la Messa dei poveri, che può essere eseguita solo nel suo placard. Tra il 1883 e il 1888 compone molte opere: le tre Gymnopédies , il balletto cristiano Upsud composto con il suo amico poeta J.P. Contamine de Latour, le Danses gothiques e le Vexations, una piccola composizione destinata ad essere ripetuta 840 volte. Le sue indicazioni sugli spartiti sono personalizzate, in quanto abbandona il lessico musicale tradizionale e lo sostituisce con suggerimenti scritti in francese.

Nel Settembre del 1903 compone, utilizzando pagine di musica scritte precedentemente, i “3 Morceaux en forme de Poire” ( 3 Pezzi in forma di Pera ) per pianoforte a 4 mani. In effetti i brani non sono tre, ma sette; 1) Manière de commencemente 2) Prolongation du meme 3) I. 4) II. 5) III. 6) En plus 7) Redite. S. scrisse questo brano come risposta all’invito che il Maestro di composizione del Conservatorio di Parigi, E. Guiraud, rivolgeva agli allievi, durante le sue lezioni (che Satie torna a frequentare come uditore), di curare soprattutto la forma, e se si pensa che il termine poire in francese ha anche il senso di “tonto”, si può ben immaginare lo spirito ironico, quasi insolente, sotteso alla scelta del titolo. Ma anche Debussy aveva rimproverato a S., di cui era diventato grande amico, una sorta di carenza formale nelle sue composizioni. E Vincent d’Indy a sua volta aveva criticato il Pelleas et Melisande di Debussy, perché privo di forma. Tutti i brani dei Morceaux riprendono composizioni precedenti: Il primo è una ripresa del Préludio n.1 de Le fils des etoiles, una composizione rosacrociana del 1891; il secondo riprende Le Roi soleil de plomb del 1901, il quarto ricicla sia l’Imperial Napoleon del 1902 che Veuf del 1899, il quinto ricicla le Danses de travers del 1887, il sesto è un auto-imprestito di Danse per orchestra del 1890, e il settimo attinge a Le Boeuf angora del 1902. Solo il terzo brano, indicato col numero romano I, è composto, insieme a pochi raccordi, per l’occasione. S. si limita nei Morceaux a distribuire le partiture precedentemente scritte tra le quattro mani dei due pianisti, senza apportare varianti o novità a quanto da lui precedentemente composto. Evidentemente i suoi lavori riciclati gli piacciono, e pensa che nella non-forma della forma di pera, solo giustapponendo l’uno all’altro, possano trovare una collocazione formale che diventa magicamente un legame musicale e ideale. Eppure noi esecutori o ascoltatori troviamo una riconoscibilità e una piacevolezza in questo brano, che possiamo classificare già proprio come appartenente alla musica di arredamento, alla musica utile che sarà teorizzata da Satie in seguito, in quanto è una composizione godibile da chi vuol trascorrere un tempo musicale senza drammi, senza enfasi sentimentale. I Morceaux hanno una vitalità pacata che non rifugge da pennellate  sonore di velata malinconia, che fa vibrare l’animo  comunque con i suoi accordi per quarte, con le sue dissonanze lievi, con le sue ripetizioni e iterazioni che ti scalfiscono il segno della musica nel cuore, per cui ogni volta che un tema ritorna si fissa di più e tocca l’animo, e quella levitas diventa uno sguardo mite sul creato e una ricerca di purezza e di oggettività nel mondo sonoro che ci circonda, una sensazione ipnotica di far parte di un tutto consolatorio. Non musica drammatica, né pessimistica, né passionale, ma musica per tutte le occasioni, da ascoltare passeggiando, o leggendo, o lavorando, in una quotidianità senza pretese filosofiche o letterarie o metafisiche.E pensare che S. è stato allontanato dalla classe di pianoforte di André Gédalge perché il maestro aveva avuto la ventura di ascoltare i tre pezzi in forma di pera e ne era rimasto scandalizzato!

Ma perché ci tocca questa musica? Ci sono in essa dei procedimenti compositivi, degli stilemi, quasi artifici barocchi, che procurano piacere all’ascolto: la ripetizione, ossia il  procedimento per cui un tema viene ripetuto quasi identico varie volte; il senso dell’attesa, del bisogno inconscio di un suono, ossia di una nota che manca in una melodia per qualche battuta, e che compare improvvisamente, desiderata; il senso della trasformazione: un suono ripetuto per varie battute, che l’ennesima volta ritorna abbassato di un semitono, e allora lo accogliamo come un lamento che aspettavamo, e che era dentro di noi; il senso dell’equilibrio tra le estensioni di una melodia : un salto di quinta ascendente, ripetuto più volte, riappare come salto di quarta discendente, con le stesse note che si muovono in senso inverso, creando un intervallo che ci appaga; il senso della sincope, spesso ripetuta sempre uguale al basso, quasi a voler interrompere il susseguirsi naturale di levare e battere, come fosse  un passo sbilenco, che si ripete fino a quando si ferma e ci pacifica, trovando la sua risoluzione in un accordo aperto, che apre porte su nuovi mondi, come fosse  una grande espirazione, e mentre il primo pianista inspira, il secondo espira, e la musica gioca a nascondino, fino a che le quattro mani non fanno lo stesso passo, impegnandosi insieme nello stesso gesto, a volte solo nel finale di un brano. Del seguito della sua vita e delle sue composizioni parleremo … in un’altra puntata. Ora è tempo di ascoltare i Morceax. Le amiche