
Nel numero di settembre-dicembre 2024 della rivista La Voce dell’UNUCI, l’Associazione Nazionale degli Ufficiali in congedo- Sezione di Bologna, è stato pubblicato un mio articolo contenente alcuni dati e considerazioni sui quasi 25 anni di attuazione della legge che ha permesso anche alle donne di accedere alla carriera militare. Mi fa piacere condividere con le lettrici e i lettori del mio Blog quelle mie riflessioni per un confronto che mi sembra utile in un tempo in cui le guerre ci sono, purtroppo, molto vicine. Biancastella
Ci sono voluti più di 54 anni perché si attuasse quel sacrosanto principio contenuto negli articoli 3, 37, 51 e 52 della nostra Costituzione che prevede la parità dei diritti e dei doveri di tutti i cittadini italiani. Fu proprio una donna, Lina Merlin, a far inserire nell’art.3 una piccola ma importantissima espressione – “senza distinzione di sesso” – e fu ancora un’altra donna, Teresa Mattei, a far aggiungere al 2. comma dello stesso articolo la parola apparentemente innocua – “di fatto” – a proposito degli ostacoli che si frappongono alla libertà e all’uguaglianza. Nonostante l’affermazione di questi principi di pari valore e dignità delle donne, queste furono escluse dalle carriere in magistratura e nella difesa. La discriminazione per l’ingresso in magistratura fu superato da una legge del 1963 ma per le Forze Armate le donne dovranno attendere ancora parecchi anni. È vero che fu ipotizzata una sorta di Corpo ausiliario femminile o di un Corpo militare interforze, ma in realtà la prima volta che alle donne fu concesso di indossare la divisa fu in Polizia nel 1981, ma solo dopo la smilitarizzazione. Per il servizio militare volontario femminile si arriverà al 1999, quando, a larghissima maggioranza, fu approvata la Legge n.380, che andò in vigore nel 2000.

Le donne in divisa fecero, dunque, il loro ingresso solo nel nuovo millennio, in numero programmato tra il 10 e il 30% del totale da reclutare, nelle Accademie militari di tutti i corpi e nelle caserme. Ragazze motivate, anzi entusiaste, affrontarono i test psico-attitudinali, le prove fisiche e gli esami di concorso, frequentarono i corsi di addestramento di circa un anno ed entrarono in servizio permanente effettivo. Nel 2023 sono state promosse al ruolo di tenente colonnello, al comando di un battaglione, le prime 11 ufficiali donne uscite dall’Accademia militare di Modena, mentre una donna è già diventata generale dei Carabinieri. Ma quali problemi sono sorti e quanti ostacoli si sono dovuti superare? “Non è stata una passeggiata, ha affermato in un’intervista, la prima di loro a ricevere i gradi, soprattutto dal punto di vista fisico”. E altre problematiche sono state affrontate per trovare il giusto equilibrio tra la vita privata e familiare e il lavoro che prevede la necessità di affrontare anche situazioni di emergenza in cui la famiglia deve necessariamente passare in secondo piano. Le donne devono comunque continuamente dimostrare di non avere limiti se non vogliono subire differenze di trattamento e questo comporta tanta tenacia e spirito di sacrificio. Ma le difficoltà sono venute anche dall’ambiente di lavoro che per accogliere le donne doveva essere sottoposto a notevoli cambiamenti non solo strutturali, ma soprattutto di mentalità. A fronte, per esempio, dell’aspettativa delle donne-soldato di assumere dei ruoli operativi in squadre miste addestrate anche al combattimento, si sono riscontrati da parte dei colleghi e degli istruttori molte perplessità se non pregiudizi che si possono riassumere in due fattori: preparazione fisica delle ragazze meno efficiente per le differenze di struttura psico-fisica delle donne dovuta anche ad una iniziale selezione più indulgente rispetto ai maschi e il timore che proprio in combattimento le soldate, in caso di cattura da parte del nemico, avrebbero potuto subire conseguenze terribili come le sevizie sessuali. All’inizio dell’applicazione della legge, è prevalso, quindi, un atteggiamento di maggiore indulgenza nei confronti delle prestazioni fisiche delle volontarie e il convincimento che sarebbero state più adatte a ricoprire incarichi logistici. D’altra parte non era facile gestire “l’intrusione” femminile all’interno di un’organizzazione abituata a rappresentare la donna come soggetto “esterno” e non possiamo non sottolineare, anche sulla base delle analisi sociologiche che sono state condotte, che considerare una donna come “commilitone” è stato un vero e proprio choc.

In conclusione, i dati più recenti confermano un trend di presenza di personale femminile nelle FF.AA. in continuo aumento, registrando alla fine del 2022, 20.652 presenze a fronte delle 15.995 alla fine del 2018. Nell’esercito si riscontra la maggiore presenza (circa 8000 unità), seguito dall’arma dei carabinieri (circa 7000), ma la marina riscuote grande interesse soprattutto fra le ufficiali che sono in numero più alto (639) rispetto alle altre armi, con la percentuale più alta, l’11,24% di presenze femminili sul totale del personale. L’aeronautica rappresenta il fanalino di coda ma le prime donne-pilota di aerei militari stanno facendo un’esperienza fantastica. Inoltre un fatto è ormai acclarato: il personale femminile svolge gli stessi incarichi della componente maschile sia sul territorio nazionale che nei teatri operativi all’estero e nessuna differenziazione di genere è prevista per la scelta del personale da impiegare nelle missioni in quanto la selezione viene operata sulla base dei requisiti individuali e professionali posseduti. Questo è un grandissimo passo avanti verso una effettiva parità anche nelle FF.AA., così come la nostra Costituzione ha voluto e scritto.