
Il 16 gennaio, in occasione delle celebrazioni del 297°compleanno di Niccolò Piccinni organizzate da FAI-Delegazione di Bari, Angela Montemurro ha tenuto una conversazione musicale, seguita da concerto, in cui ha illustrato la vita del grande compositore barese e il suo rapporto di trascrittrice con le fortunate opere del Maestro intitolate al personaggio di Cecchina, ossia “la Cecchina o La Buona figliola” del 1760 e “La Cecchina o la Buona Figliola Maritata” del 1761, ambedue composte su libretti di “Polisseno Fegejo, pseudonimo utilizzato da Carlo Goldoni, data la sua appartenenza alla Accademia di Arcadia, propugnatrice di un ritorno alla poesia bucolica dei pastori-poeti.


L’interesse che nutro per Niccolò è legato alla mia attività compositiva di trascrittrice e ricercatrice. E nella occasione del suo compleanno, mi è sembrato che a Bari stessimo rivivendo la stessa situazione creatasi 140 anni fa, in un giorno di maggio del 1885, quando, 85 anni dopo la sua dipartita, fu inaugurata la statua a lui eretta in Piazza della Libertà, commissionata allo scultore Gaetano Fiore da un comitato di cittadini baresi, cui costò la cifra di 28.000 lire. Durante quella cerimonia alcune Bande musicali eseguirono all’aperto varie sinfonie del nostro, dopodiché i festeggiamenti continuarono all’interno del Teatro, inaugurato l’anno prima e a lui intitolato dopo il rifiuto della prima dedicataria, la principessa Maria Teresa d’Austria, regina consorte delle Due Sicilie, di legare il suo nome ad un luogo mondano. Nel corso di quella serata del 1885 furono eseguite diverse arie da sue opere, e poi si proseguì con un omaggio musicale di alcuni compositori baresi a Piccinni. E nel 2025 alcuni di noi, compositori baresi, lo abbiamo omaggiato, come allora, facendo eseguire dei nostri lavori a lui dedicati, e nel mio caso ho dedicato la seconda parte della manifestazione alla esecuzione della mia Breve Histoire di Cecchina, un pastiche che ho composto assemblando arie delle due opere dedicate alla figura di Cecchina. In questa esecuzione sono stata coadiuvata dai bravissimi cantanti Marzia Saba Rizzi e Antonio Stragapede, e dalla bravissima pianista Elisabetta Pani, a 4 mani con me sullo stesso pianoforte, mentre il testo della breve pièce, creato da me quale filo conduttore tra le due opere, e sostitutivo dei recitativi e delle arie mancanti, è stato declamato dalla suadente voce di Barbara Mangini.

Negli ultimi anni mi sono dedicata alla trascrizione di opere degli antichi Maestri di scuola napoletana, e ho riportato alla luce, nei tempi moderni, composizioni dimenticate, o inedite, giacenti in Archivi e Biblioteche dislocati un po’ in tutta Europa, impresse in manoscritti creati dagli autori stessi o da vari copisti, o in antiche edizioni a stampa, e in attesa di essere riportate a nuova vita, dopo anni di oblio. Ho così creato nuove partiture di autori pugliesi, vissuti nel periodo tra il Seicento e l’Ottocento, trascrivendo le loro intere opere, o singoli brani. Tra loro mi piace enumerare, Leonardo Leo, Nicola Logroscino, Gaetano Latilla, Pasquale Cafaro , Giovanni Paisiello, Domenico Tritto. Spesso i manoscritti delle opere antiche riportano solo poche indicazioni sugli strumenti da utilizzare nella esecuzione, e le partiture sono formate a volte solo da due o tre righi, per cui si rende necessario compiere un lavoro di riorchestrazione, che probabilmente nei tempi antichi era affidato alla capacità improvvisativa degli esecutori. Comunque trascrivere è sempre un “reinterpretare”, perché chiaramente qualsiasi scelta risponde a dei criteri, che, anche se perseguono il principio della fedeltà oggettiva, alla fine risultano soggettivi. Ecco perché io sento di essere sempre una interprete di questi antichi Maestri, figuriamoci, poi del nostro Piccinni, grande innovatore della scrittura compositiva e cantore delle emozioni dell’animo umano, coraggioso paladino musicale delle nuove esigenze di pacificazione sociale e di realismo che nascevano dalle ceneri del barocco, e che si inveravano nei testi goldoniani. Ho cercato di trasfondere nei miei ascoltatori l’amore per questo grande compositore, nella cui vita mi sembra di ravvisare delle similitudini con quella di Mozart.

Niccolò nasce a Bari nel 1728, da un violinista di nome Onofrio che decide di destinare il proprio figlio alla carriera ecclesiastica e non a quella musicale, forse perché spaventato dalla fama non proprio specchiata del cognato, Gaetano Latilla, musicista di un certo successo ma rinomato allora anche come “lazzarone” e venale (anche se poi rivalutato in seguito). Dunque il buon Onofrio vietava a Niccolò di accostarsi a qualsiasi strumento musicale, pur fosse presente nella quotidianità delle case che il piccolo frequentava, per cui le sue esercitazioni avvenivano sempre di nascosto. Un giorno padre e figlio fecero visita all’Arcivescovo di Bari, avendo Onofrio da chiedergli un favore, e il figlio fu lasciato da solo nell’anticamera, dove, meraviglia delle meraviglie, era situato un clavicembalo. Grande fu la gioia e la emozione di Niccolò nell’accostarsi allo strumento, che cominciò a suonare producendo bellissime melodie. Il prelato, al sentire tali suoni, volle recarsi subito dal piccolo genio, cui fece ripetere anche varie volte i brani improvvisati, e si rese conto che il piccolo non sbagliava mai una nota. Allora con tutta l’autorità della sua carica incoraggiò i coniugi Piccinni a iscrivere il figlio al Conservatorio di Sant’Onofrio, uno dei tre orfanotrofi di Napoli dove i ragazzini più dotati si formavano nell’Arte musicale, e così il nostro riuscì a indirizzare la creatività geniale, di cui la natura lo aveva dotato, verso la passione per lo studio e la conoscenza. Dal 1742 quindi il giovane Piccinni è a Napoli, affidato alle cure di un semplice maestro assistente, e fa esplodere senza freni la sua creatività, dedicandosi tanto al comporre da arrivare a scrivere nientemeno che una Messa! Il direttore del Conservatorio, il grande Leonardo Leo, venuto a conoscenza della smisurata smania compositiva del giovane, digiuno ancora di studi pazienti e “religiosi”, per colpire la sua audacia, lo obbliga a dirigere la Messa, visto che ha osato comporla, e il nostro, appena quindicenne, paonazzo e in preda al panico, agitando il bastone da direttore, profonde in questo compito tutte le sue energie, trasformando l’iniziale terrore in convincente entusiasmo, rivelatore della sua sapienza di concertatore, tanto da far ricredere il terribile Leo, che lo abbraccia e gli promette che diventerà l’unico suo Maestro. Ma Leo viene a mancare troppo presto. E Francesco Durante sarà degno insegnate di Piccinni, che uscirà dal Conservatorio di Sant’Onofrio nel 1754, a ventisei anni, edotto nei segreti dell’armonia, dopo dodici anni di duro lavoro, e pronto ad affrontare i successi che gli arrideranno in tutta Europa, e lo faranno ricco e potente, con una casa piena di domestici ma anche di amore e di intimità. La sua Cecchina, composta in 13 giorni, sarà rappresentata in tutto il mondo, perfino in Cina, in centinaia di repliche, e verrà tradotta in tante lingue, e lui scriverà nell’arco della sua vita più di centoquaranta opere. Ma le vicende della fortuna sono alterne, si sa, e dopo i successi arrivano le delusioni, e le invidie, sia a Napoli che in Francia, dove prima è venerato e adulato, poi è calpestato e allontanato, e non trova più pace nè come musicista né come uomo, confondendo, i suoi detrattori, il suo destino di genio della musica, che avrebbe dovuto essere intoccabile, con la sua quotidianità infelice e condizionata da giudizi deviati dalle circostanze politiche della Rivoluzione francese, con le quali si confronta (prima ritenuto codino, poi accusato di giacobinismo). Gli allievi lo tradiscono, il suo pubblico gli volta le spalle, preferendo ormai la teutonica musica di Gluck alle sue opere larmoyantes, fugge da un luogo all’altro inseguendo illusori e brevissimi consensi, e si ammala, restandogli solo l’ amore della famiglia e soprattutto della moglie, quella Silvia Latilla, bravissima cantante che aveva rinunciato alla sua carriera per dedicarsi alle cure del matrimonio, diventando la segreta e migliore interprete della musica del marito, che, dopo anni di silenzio e di vita vissuta nell’ombra, ritroviamo pronta a cantare per lui nell’ultimo concerto che si dà nella loro casa di Parigi, a maggio del 1799, quando, vittima dei rovesci della fortuna e preda del morbo, la mano del maestro incanutito e stanco trema nell’accompagnare al clavicembalo le sue interpreti ”familiari”, moglie e figlie, pur di ottenere quell’aiuto economico che gli viene negato, riducendo i suoi ultimi anni a una ricerca di consenso e di sussistenza attraverso suppliche, rimostranze , pianti e lamenti (“mi trovo sprovvisto d’ogni risorsa, carico d’una numerosissima famiglia ed in una posizione veramente spaventevole. Spero che il cittadino ministro darà i suoi ordini per farmi pagare. Spero d’essere presto esaudito, trovandomi letteralmente privo del necessario”). Finalmente Napoleone gli accorda una udienza, e lo riceve con onore, promettendogli una pensione, ma è troppo tardi. Come Mozart, povero e malato, morirà pochi mesi dopo, a settantun anni, il 16 gennaio del 1800, in casa di amici che lo hanno ospitato a Passy. Come Mozart non v’è più traccia della sua salma, forse deposta in una fossa comune, una volta che il cimitero di Passy è stato sfrattato dalla Fondazione Bartholdi. Solo rimane una pietra dove è incisa questa iscrizione: “Qui giace Niccolò Piccinni, Napoletano, nato a Bari nel 1728, che seppe infiammare col suo genio i teatri di tutta Europa” .Le amiche

