Che lingua parlano i politici?

Il sale sulla coda 21 di Marina Zuccoli

Ecco. Anche oggi ho ascoltato alla radio un ministro che, intervistato sull’attività del suo dicastero, ha parlato per sei minuti d’orologio, senza dire niente. Poiché è assolutamente impossibile che un onorevole e, per giunta, ministro faccia discorsi a pera, devono esserci problemi di comprensione da parte mia.

Allora mi sono ricordata di due frasi di don Milani ai suoi ragazzi: “Il padrone sa mille parole, voi solo cento. Ecco perché il padrone è lui” e “Ogni parola che non imparate oggi sarà un calcio nel culo che prenderete domani”.  Il contesto è differente, ma il messaggio è chiaro anche nel mio caso. Se voglio comprendere chi non si può definire mio padrone, ma comunque uno che, con le sue azioni, può determinare alcuni aspetti della mia vita, devo conoscere più parole, ma non scelte a caso. Devo trovare la fonte linguistica a cui il ministro e i politici in generale si abbeverano e attingervi anch’io.

Lì per lì ho individuato solo il Don Giovanni mozartiano, con il libretto di Lorenzo da Ponte: “Madama – veramente – in questo mondo, conciossia cosa quando fosse che il quadro non è tondo…” dice Leporello a donna Elvira, la quale la prende non bene. Come farei io.

Poi ho trovato una fonte che, per arditezza logica, costrutto coraggioso e inventiva lessicale deve essere piaciuta assai al ministro. Credo proprio di aver riconosciuto, nel suo discorso, un paio di citazioni da qui, da Amici miei di Mario Monicelli. Chi parla è il conte Mascetti, interpretato da Ugo Tognazzi, rivolgendosi a un vigile:

“– Tarapia tapioco! Prematurata la supercazzola o scherziamo?
– Prego?
– No, mi permetta, no io… Scusi, noi siamo in quattro, come se fosse antani anche per lei soltanto in due oppure in quattro anche scribai con cofandina, come antifurto, per esempio.
– Ma che antifurto! Mi faccia il piacere, questi signori qui stavano sonando loro, ‘un s’intrometta!
– Ma no, aspetti, mi porga l’indice, ecco lo alzi così, guardi, guardi, guardi, lo vede il dito, lo vede che stuzzica, e prematura anche! Ma, allora io le potrei dire, anche col rispetto per l’autorità, che anche soltanto le due cose come vicesindaco, capisce?
– Vicesindaco!? Basta così, mi seguano al commissariato!
– No! No! Attenzione, no, pastène soppaltate secondo l’articolo 12, abbia pazienza, sennò posterdati per due anche un pochino antani in prefettura!
– Senza contare che la supercazzola prematurata ha perso i contatti col tarapia tapioco!”

Però mi sfugge ancora qualcosa, ci sono parole, nell’eloquio di Sua Eccellenza il ministro, che non riesco a localizzare… No, ci sono, ecco da dove le ha prese: da Il lonfo di Fosco Maraini:

“Il lonfo non vaterca né gluisce
e molto raramente barigatta,
ma quando soffia il bego a bisce bisce
sdilenca un poco, e gnagio s’archipatta.

È frusco il lonfo! È pieno di lupigna
arrafferia malversa e sofolenta!
Se cionfi ti sbiduglia e t’arrupigna
se lugri ti botalla e ti criventa.

Eppure il vecchio lonfo ammargelluto
che bete e zugghia e fonca nei trombazzi
fa lègica busìa, fa gisbuto;

e quasi quasi in segno di sberdazzi
gli affarferesti un gniffo. Ma lui zuto
t’alloppa, ti sbernecchia; e tu l’accazzi.”

Se parlasse italiano, sono certa che lo apprezzerebbe molto anche il grande Noam Chomski. Le amiche