Divagazioni sui calligrammi: poesia visuale

Il sale sulla coda 20 di Marina Zuccoli

Niente paura, il nome è difficile ma si tratta semplicemente di quelle poesie che, oltre alla lettura del testo, offrono una immagine da guardare, quindi fanno appello a diverse facoltà del nostro cervellino.

Uno bravo, anzi bravissimo a produrne fu Guillaume Apollinaire, poeta francese attivo nel primo Novecento, vicino ai cubisti e ai surrealisti. Ecco in figura una sua ingegnosa poesia a forma di torre Eiffel.

Ma l’origine dei calligrammi è lontana nel tempo: risalgono almeno all’inglese George Herbert (1593-1633), il quale sperimentò i limiti della tipografia poetica con due composizioni. The altar e Easter wings si presentano infatti con le parole disposte sulla pagina a formare rispettivamente il profilo di un altare e la visione frontale di un paio di ali.

Due secoli dopo, Lewis Carroll, autore di Alice nel paese delle meraviglie e, aggiungo io, delizioso inventore di stranezze, compose la poesia The Mouse’s Tale. Il titolo gioca sulla omofonia di tale (storia, la storia del topo), con tail (coda, la coda del topo). La poesia è composta da parole via via più corte, a comporre la coda del sorcio in questione.

Siccome le cose inutili mi attirano più che mai, da giovane ho provato anche io a comporre un calligramma, ma la scarsa propensione alla grafica ha ben presto prevalso: riuscivo a realizzare solo un imbuto, e anche quello brutto assai. L’imbuto non è l’oggetto che più si presta alla ispirazione poetica, ma ecco il risultato:


Senza di te, prezioso imbuto,
quanto olio avrei sversato
su tutte le piastrelle
fin sul tappeto
unto.
Con
te
no

Questa divagazione sui calligrammi mi è venuta in mente, quando una insegnante di matematica mi ha detto, un po’ perplessa, la seguente perla di un suo alunno. Questi, non afferrando bene la questione delle espressioni algebriche, le aveva confessato che la sola cosa che aveva capito era che dovevano finire a punta.

Dunque se, pur semplificando e togliendo parentesi, la forma era ancora troppo tozza, toglieva qualcosa a suo gradimento per conferire la punta famosa. Allora, ci sono due possibilità. Una è che il virgulto sia il geniale portabandiera di una nuova algebra visuale, una disciplina che coniuga arte e numeri. Oppure, l’altra possibilità è che sia un somaro dalle lunghe orecchie pelose.

Opterei per la seconda.