Maria l’Ebrea: la prima alchimista della storia

Storie di donne 16 di Biancastella

La parola alchimia evoca ancora oggi misteriosi alambicchi e pratiche esoteriche, per cui difficilmente un procedimento usato molto spesso in cucina che chiamiamo “bagnomaria” potrebbe farci risalire a quelle pratiche. Lo pensavo anch’io, quando, durante la preparazione di una mostra incentrata sulla storia dell’alchimia, mi imbattei in un manoscritto proveniente da un fondo settecentesco della Biblioteca Universitaria di Bologna contenente testi alchemici molto antichi attribuiti talvolta a personaggi in bilico fra realtà e leggenda. La sorpresa fu grande quando lessi il titolo di questo manoscritto: Liber Mariae sororis Moysis. Si trattava di uno dei rarissimi testi alchemici al quale era stato assegnato un autore personale, anzi un’autrice che poteva essere identificata in Maria o Myriam, sorella di Mosè e Aronne, la prima e pare unica, stando allo stato attuale degli sudi, alchimista donna, con un nome personale reale e non mitico e alla quale si devono numerose invenzioni. Probabilmente la identificazone di Maria con Myriam l’ebrea è dovuta al fatto che i primi alchimisti erano di origine ebraica, mentre molto più realisticamente si tratterebbe di una donna vissuta nel III secolo d.C forse di origine siciliana o copta la cui opera ci è pervenuta per frammenti attraverso varie testimonianze tra cui principalmente quella di Zosimo di Panopoli, alchimista greco vissuto anch’egli tra il 270 e il 325 d.C  Ma qualunque sia stata la sua origine – per alcuni Maria viveva ad Alessandria d’Egitto –  il contributo che questa donna ha dato alla scienza, anche se ancora non poteva essere definita tale, è notevole, con scoperte e invenzioni che riguardarono soprattutto i metodi di distillazione e sublimazione delle sostanze. Inventò l’alambicco, il tribikos –  un sistema che permetteva di convogliare i vapori raccolti nell’alambicco in tre contenitori di vetro – e appunto la cottura con un doppio recipiente, uno dei quali contenente acqua bollente, procedimento noto col nome di bagnomaria (Balneum Mariae). A lei si attribuisce anche l’identificazione dell’acido idrocloridrico, più noto come acido muriatico, il potentissimo liquido corrosivo.

Il manoscritto BUB 457, molto semplice nella sua forma di volumetto, risalente al XVII secolo, è dunque molto importante perché Maria scrisse vari trattati che in seguito furono ampliati, inquinati e confusi con opere di altri autori e dei suoi scritti esistono solo frammenti in raccolte di testi antichi di alchimia. Pertanto essendo il manoscritto anteriore alla pubblicazione dei frammenti delle opere di Maria, l’Ebrea o la Profetessa, come vogliamo denominarla, che si trovano nel VI volume del Theatrum chemicum di Zetzner (1661), il suo ritrovamento rappresenta un interessante occasione per un approfondimento filologico. In questi frammenti sono anche descritte e definite le operazioni che diventeranno poi costitutive dell’arte alchemica e in particolare sono esposti i cosiddetti Assiomi di Maria, che sono stati interpretati nel Novecento da Carl Gustave Jung in chiave psicoanalitica. Molto più prosaicamente è invece rimasta la definizione di cuocere a “bagnomaria”, come sistema per riscaldare o distillare indirettamente, ovvero come tecnica di cottura. Non c’è più il fascino dell’alambicco ma solo quello di due recipienti di diversa dimensione e soprattutto non possiamo più usarlo come metodo sperimentale per ricavare attraverso il lento riscaldamento di certe sostanze, il famoso elisir di lunga vita e neanche, purtroppo, per produrre con lo stesso sistema, oro o altri metalli preziosi, cosa che Maria con i suoi strumenti sofisticati, tentò molte volte e non sappiamo se non ci sia anche riuscita.

 Morale della storia? Ancora una volta scopriamo che le donne sono all’origine anche della scienza, di madre in figlia tanti saperi, sulla farmacologia, sulla medicina, sulla cosmetica, sulla chimica, come nel caso dell’alchimia, si tramandavano per generazioni tanto che i lavori alchemici vennero chiamati opus mulierum, anche se poi risultavano fatti dagli uomini. Anzi quando le donne erano troppo brave a creare medicinali e unguenti o a guarire gli ammalati, venivano considerate, indemoniate, streghe. Ve ne farò conoscere qualcuna.