Ciao Rino simbolo di libertà e pericolo

Il sale sulla coda 19 di Marina Zuccoli

Mi è sfuggito che il ventidue settembre era la Giornata mondiale del rinoceronte, ma cercherò di rimediare. Voglio ricordarlo nel film “Riusciranno i nostri eroi a ritrovare l’amico misteriosamente scomparso in Africa?” (regia di Ettore Scola, 1968), in cui Alberto Sordi percorre la savana a bordo di un camion. A un tratto, la terra vibra e rimbomba; il camionista gli spiega, laconico: “Rino!”. Prima che Sordi possa chiedere oltre, arriva un rinoceronte alla carica e il camion è squassato dalle capocciate contro lo sportello. Indimenticabile l’espressione di Albertone, incredula e terrorizzata. Lì il rinoceronte appare libero, protervo, pericoloso, insomma un bell’animale. Sono le stesse parole che userei per descrivere Alain Delon da giovane.

Il rinoceronte non ha nemici naturali, però va quasi scomparendo, ucciso per asportargli il cosiddetto corno (per la verità ne ha anche un secondo, minore), cui vengono riconosciute virtù terapeutiche. Tra esse, anche l’ausilio alla virilità. In alcune riserve, per salvargli la vita si procede addirittura all’ablazione chirurgica del corno, affinché non attiri i criminali.  

Allora, io vorrei dire due cosette ai consumatori di corno: intanto non è corno, ma cheratina, quindi è come se assumeste unghie o capelli grattugiati: una bella schifezza. Quanto alla finalità, è dal 1687 che Newton ha scoperto la forza di gravità, che è una legge della fisica e, come tale, impossibile da aggirare con polveri di orrenda provenienza. Altro non aggiungo, perché sono una signora.

E ora veniamo al rinoceronte di Bologna, ma se siete sensibili non proseguite, perché è una lacrimevole vicenda. Questo animale, a fine Ottocento, viveva indisturbato dalle sue parti, conducendo una esistenza semplice, ma felice: correva, si nutriva, si accoppiava. Poi fu catturato e acquistato da un circo, rinchiuso in spazi angusti per trasportarlo su ruote e in nave e infine costretto a fare il cretino sotto ai riflettori. Un giorno morì presso Bologna, l’Ateneo comperò la salma, la fece imbalsamare e la collocò nel Museo di Zoologia.

Inizi del XXI secolo: l’impagliatura comincia a dar segno di degrado, cioè il rinoceronte puzza (non che, da vivo, olezzasse di violetta di Parma). Nelle more del restauro, nel 2015 una mano vigliacca gli ruba il corno. Ora, il reato che si configura è semplice furto, senza che ci siano aggravanti perché è ai danni di un museo, ma io ci percepisco uno zinzino di vilipendio di cadavere. Ma povero Rino, che bisogno avevate di insultarlo così? La pena prevista per legge è troppo lieve, dunque scaglierò su ladri e committenti una infallibile maledizione della mia infanzia. Voi lettori fate un passo indietro, perché è molto potente.

Che vi colga la niarrea! La temibile diarrea per-enne.

Il rinoceronte bianco effigiato è una incisione di Laura Bertazzoni (acquaforte e acquatinta, 2011), in una visione frontale che mi piace più che vederlo di profilo. Le amiche.