
Vita e colori nelle strade di Lomé, Togo
Circa un anno fa un amico fotografo mi ha chiesto se ero disposta a fare un viaggio in Africa con lui e altri 3 appassionati di fotoreportage a carattere sociale per conoscere e riprendere vita, riti e feste Vudù, approfittando della disponibilità di un “sacerdote” di questa religione ad accoglierci in occasione di una ricorrenza importante. Ovviamente ho accettato con grande entusiasmo, malgrado avessi già previsto il viaggio in Lapponia, da cui sarei rientrata a Bologna pochi giorni prima della partenza per Lomé. Sapevo che avrei dovuto sopportare un’escursione termica di circa 70 gradi in meno di una settimana, ma non era un inconveniente in grado di farmi desistere.
Le immagini che seguono rappresentano la prima puntata del reportage e introducono l’ambiente cittadino della capitale del Togo, Lomé. Clima caldo torrido, cielo lattiginoso, tanta polvere, traffico rumoroso di vecchie auto e soprattutto di motociclette che svolgono, strombazzando continuamente, la funzione di taxi. Le uniche strade asfaltate sono le arterie principali, da cui si diparte una ragnatela di vie polverose piene di vita, di colori, di mestieri all’aria aperta e di mercati, di scene di vita familiare e di cucina in strada, di bambini che giocano insieme in barba alle palesi differenti religioni di appartenenza, dove si può camminare senza fretta e fermarsi a parlare, fotografare e sorridere.
La gente che vende per strada è difficile da fotografare e molto raramente ha voglia di parlare e di raccontare, quindi se si vuole riprendere qualcosa di “insolito” lo si deve fare di sorpresa…ed è visibile dalle espressioni di chi è fotografato suo malgrado o senza la sua esplicita approvazione. Fortunatamente qua non siamo soggetti alla penosa burocrazia della firma dei moduli per il consenso.






Per accedere ai mercati è consigliabile accordarsi con il “capo mercato”, che concede un tempo limitato di permanenza e comunque la ripresa delle persone è subordinata al loro raro consenso, quindi spesso si può riprendere il gesto, ma non la persona che lo compie. D’altra parte il mercato è uno dei punti focali di questi luoghi, dove tutto accade, quindi solo frequentandoli possiamo avere l’illusione di capire qualcosa della vita che si svolge in questi paesi.
Tutt’altro è accaduto quando ci siamo recati al mercato del pesce, dove sorprendentemente io (a differenza degli altri del gruppo) sono stata accolta molto favorevolmente; in particolare le donne hanno mostrato ciò che vendevano, che preparavano, che avevano di meglio; si sono fatte riprendere con i loro sorrisi, ma anche con gli sguardi di stanchezza e delusione; ci siamo raccontate aspetti della vita femminile nei rispettivi paesi, riconoscendo i tanti punti in comune nella innegabile diversità.






Nelle strade interne, dove la gente vive la vita di tutti i giorni, dove il rumore del traffico pare lontano c’è l’Africa che conosco e in cui ho vissuto: il sarto (la maggior parte di questo mestiere in Africa è svolto dagli uomini), il falegname, la donna che vende i tessuti batik mentre allatta il bambino piccolo, la finestra di una casetta con le tendine perfette, la signora che cucina davanti a casa e che sorride divertita solo perché le ho detto qualche parola, quell’altra che raccoglie le pezze di stoffa che ha tinto con i nodi e che sono state stese al sole per asciugarsi.






Poi ci sono i bambini. Scalzi o no, vestiti bene o male. In tenera età nei giochi non paiono che vengano considerate differenze di genere (sicuramente meno che da noi): le bambine giocano a pallone con i maschi anche quando sono palesemente di religione islamica – lo si vede dall’abbigliamento -, fanno le gare di corsa con loro e spesso vincono, sono più “scatenate” di loro e non esitano neppure a dare spintoni e ad essere “manesche”. Gli abbigliamenti dei bambini sono i più vari: stracci, cose vecchie e consunte, maglie troppo grandi e troppo piccole, tante magliette di squadre di calcio, che arrivano da fuori con le navi con le quali portiamo in Africa i nostri “ruschi”(in italiano rifiuti!). In questi quartieri nessuno acquista abbigliamento per i bambini. I soldi sono pochi (o nulla); si fa quel che si può e tutto viene riciclato; quel poco che c’è è per la sussistenza.
Poi arriva la sera e per la cena, non considerando neppure i ristoranti per bianchi o per i pochi neri ricchi, ci siamo sempre rivolti a piccoli punti di ristoro locali, poco più che baracche, dove la disponibilità è costituita da una scarsa varietà di cibi non sempre appetibili; i tempi di attesa sono epocali. Polletti duri come il cartone, spiedini piccantissimi (che a me piacciono tanto), buone banane arrosto, riso bianco e fiumi di buona birra leggera gelata.
Che dire… “Baby, questa è Africa”. Io ci ho vissuto (tanti anni fa) e non riesco a fare a meno di andare ogni tanto, approfittando di qualche occasione che faccia pensare. Amo l’Africa. Sia quella urbana, sia quella del deserto, della savana o rurale. Mi sento di farne parte, che sia bella, cruda, difficile, afosa, luminosa. Basta che non si parli di resort, di lusso, di alberghi, ma che sia quella che è.
Alla prossima puntata.





