Il coraggio delle donne iraniane: il loro corpo contro l’oppressione

Storie di donne 14 di Biancastella

Iraniane, afgane, russe e ucraine, le giovani donne, ma anche le madri stanno dimostrando ancora una volta di essere le più coraggiose, capaci di combattere ma anche di convincere gli uomini ad affiancarle. Una giovane iraniana, Mahsa Amini di 22 anni, a Teheran è stata arrestata dalla polizia morale – sì perché nei paesi teocratici c’è anche questa “branca” della polizia -, perché non portava il velo, l’hijab, in maniera corretta. Doveva subire una sessione di rieducazione, hanno detto le autorità, e poi sarebbe stata rilasciata; invece dopo alcune ore di violenti percosse è morta per i colpi ricevuti sulla testa. Una specie di atroce contrappasso: porti male il velo e noi ti fracassiamo la testa. Nel 2017 sono stata in Iran e persino come turista ho dovuto indossare un grande foulard come hijad per la strada e in tutti i luoghi pubblici: nei musei che visitavo, nei siti archeologici, nei ristoranti e nei negozi. Una vera seccatura, tanto più che talvolta, non essendo molto pratica su come indossarlo, mi capitava che mi cadesse sulle spalle. Un giorno, mentre ero in un ristorante affollato anche di giovani liceali in gita, è successo: mi è scivolato il velo sulle spalle. Dopo qualche minuto mi sono ritrovata circondata “amorevolmente” da alcune studentesse di 16 e 17 anni che me lo hanno risistemato sul capo correttamente. A quel punto, meravigliata della padronanza della lingua inglese di queste ragazze, ovviamente velate, ma vivaci, simpatiche e socievolissime, mi sono intrattenuta con loro proprio sulla questione del velo. E alla mia insistente domanda: “perché portate il velo?” mi sono sentita rispondere che in realtà non lo capivano neanche loro e lo vivevano solo come un obbligo della legge degli ayatollah, dal momento che nessuna sura del Corano lo prevede, e qualcuna, per accontentare la mia curiosità inevasa, ha aggiunto che forse le obbligavano per non mostrarsi agli uomini, perchè solo il  futuro marito poteva vederle senza velo. A quel punto ho raccontato loro che anche in Italia in alcuni paesi dell’interno del sud e delle isole, per ignoranza o sottomissione ad ataviche tradizioni, le donne avevano portato un velo scuro, ma questo apparteneva ad un passato fortunatamente lontano e così auguravo loro di riuscire ad abbattere quella che per esperienza personale consideravo una piccola, inutile tortura. E così ci siamo salutate con questo auspicio condiviso anche da loro.(in calce una foto insieme)   Non mi sono dunque meravigliata che le donne iraniane, giovani, scolarizzate e con un alto numero di universitarie e laureate, impiegate in posti di responsabilità e questa volta supportate anche dagli uomini, difronte al gravissimo atto di violenza che le ha colpite e non è stato il primo, abbiano trovato il coraggio di  protestare anche a costo della vita e soprattutto di coinvolgere l’opinione pubblica internazionale che oggi è tutta al loro fianco. Ma il rischio è che come per le donne afgane, della cui sorte assurda dopo il ritorno dell’oscurantismo talebano, ci siamo disinteressati, dopo un po’ di tempo ci dimentichiamo di loro. E invece questa volta dobbiamo essere la loro voce, dobbiamo condividere la loro protesta, perché in ballo non c’è né ideologia politica, né religione, ma solo un futuro di giustizia e libertà. Non lasciamole sole.            
 

Chi sono