Un viaggio alla riscoperta di sé

Biancastella intervista Rossana
Rossana Santoro è una “indomita” signora poco più che sessantenne, madre e ancora impegnata nel suo lavoro di impiegata, grande amante della natura e instancabile camminatrice. A settembre scorso, però, non si è limitata alla solita “lunga” passeggiata nei boschi del nostro Appennino, ma ha osato molto di più. Ha affrontato la sfida di un viaggio che non dimenticherà per tutte le sensazioni e le emozioni che le ha fatto vivere: il viaggio che sin dall’antichità è chiamato “il cammino di Santiago”. Ne parliamo con lei in questa che non è solo un’intervista ma un racconto di vita.

Rossana, quando hai pensato per la prima volta al Cammino di Santiago e che cosa ti ha motivato a intraprendere questo viaggio così “difficile”?
In realtà, mi è stato proposto da un’amica e io, quasi d’istinto, senza pensarci su, ho risposto subito di sì. Solo dopo, riflettendo anche sulla storia del cammino, sono entrata nel significato di questa avventura – perché questo era per me – e allora ho messo insieme alcuni punti per dare un senso a questo viaggio che non poteva essere una vacanza ma qualcosa di molto più impegnativo. Insomma mi sono accorta strada facendo delle difficoltà che poteva comportare e non solo a livello fisico.
Quando è accaduta questa presa di coscienza, se possiamo definirla così?
Effettivamente ho cominciato a rendermene conto quando ho dovuto affrontare l’organizzazione pratica del viaggio, a cominciare dalla decisione del percorso da seguire, perché non sono tutti uguali, soprattutto per quanto riguarda le difficoltà, la durata e altri aspetti, come il fatto di essere più o meno frequentato.
E quale hai scelto?
Ho fatto il Cammino primitivo, il primo cammino nato nel medioevo, intorno all’800, quello che fece Alfonso II, re delle Asturie, quando seppe che erano state ritrovate le spoglie di San Giacomo, l’apostolo di Gesù. Da lì, sono andata a documentarmi, ho letto molte notizie e ho scoperto che il cammino storicamente era soprattutto un pellegrinaggio per chiedere una grazia o per espiare delle colpe.
Ma tu, invece non avevi colpe da espiare…
No, per me il cammino non era un pellegrinaggio cioè dettato da motivazioni “religiose”, ma era una vera e propria sfida. Almeno di questo era convinta, ma poi, strada facendo, ho messo insieme una serie di tasselli ed è cambiato qualcosa.
Quali sono questi cambiamenti?
La prima riflessione è sorta proprio per la preparazione delle cose più banali, che cosa portare nello zaino che avrei dovuto indossare per tutto il percorso, i pochi oggetti che dovevano essere quelli indispensabili e tanti altri accorgimenti che ti fanno subito rendere conto di quante poche cose, in fondo, ci sono veramente necessarie, mentre nel quotidiano consumismo, possiamo usare questo brutto termine, tutto ci sembra indispensabile, ma non lo è affatto. Insomma forse per la prima volta capisci cosa vuol dire accontentarsi di poche cose semplici e della inutilità di tante sovrastrutture.
Ma parliamo di questo percorso, da dove hai cominciato e come ti eri preparata alle difficoltà che dovevi affrontare?
Sono partita da Oviedo e ho camminato per 13 giorni percorrendo 330 km. Dalla cartina del percorso e dalle foto che ho scattato ti puoi rendere conto che la maggior parte del cammino si svolge in montagna, attraverso sentieri ma con dislivelli abbastanza impegnativi, tuttavia dal punto di vista fisico può essere affrontato da chiunque, ma con un minimo di preparazione fisica. Infatti, già qualche mese prima della partenza mi ero allenata a camminare, ma l’ultimo mese ho fatto delle prove portando lo zaino che, come ho detto prima, è abbastanza pesante, perché in poco spazio deve contenere tutto ciò che ti serve. Naturalmente il percorso è sempre segnato dalla conchiglia del cammino, la concha, e dalle mitiche frecce gialle, le flechas amarillas, anche se può capitare di avere l’impressione di perdersi, se le conchiglie sono state coperte dalla vegetazione. A me è capitato, e per un momento mi sono sentita spaurita perché ad un crocicchio di stradine di campagna non vedevo nessuna indicazione. Allora mi sono guardata bene intorno e per fortuna mi sono accorta che per terra qualcuno che mi aveva preceduto, sicuramente per solidarietà, aveva segnato con dei pezzi di legno una freccia. L’ho seguita fiduciosa – non potevo fare altro! – poi mi sono voltata e mi sono accorta che dietro un cespuglio spuntava la freccia gialla. Naturalmente ho fatto un grande sospiro di sollievo e ho proseguito la strada.



Ti è capitato di sentirti sola percorrendo queste strade sterrate e magari di avere paura?
Sì, ho camminato sempre da sola e qualche volta ho avuto paura, perché ci sono dei tratti, anche lunghi, di percorso che passano in mezzo a boschi spesso folti e umidi: una volta ho alzato gli occhi e ho visto una massa di muschio attaccata a una parete scura gigantesca e lì mi sono spaventata, mi sono chiesta: dove sono?, avevo proprio perso il senso dell’orientamento. Ed è stata una sensazione bruttissima. Un’altra volta, invece, ho sentito un gran fruscio di foglie e rami e mi sono un po’ preoccupata, d’improvviso mi è comparso davanti un daino piuttosto imponente che, però, più spaventato di me, si è subito dileguato.
A che cosa pensavi durante tutte quelle ore di cammino solitario? Non avevi colpe da espiare, ma qualche pensiero sul “destino” dell’uomo in fondo ti sarà balenato! E poi hai mai pensato di mollare?
In effetti quando parlavo del cambiamento a livello spirituale che è avvenuto in me, mi riferivo proprio a questo: nonostante la stanchezza e anche le sofferenze fisiche che provavo, soprattutto ai piedi, mi sentivo dentro una forza, una volontà di raggiungere la meta che mi faceva andare più spedita. Volevo arrivare a Santiago e non ho mai pensato di mollare, perché quello era il mio obiettivo, al di sopra di qualsiasi difficoltà o sensazione di smarrimento. Il fatto di essere sola in un momento di grande sforzo fisico mi ha dato una grande energia, mi sono sentita rivoltata come un calzino, ma dopo che mi ero riposata, mi sentivo praticamente rinata. Durante il cammino sembra quasi che venga fuori da te una forza che non pensavi di avere e la gioia che ha provato chi come me riesce ad arrivare alla meta è qualcosa che non si può descrivere. Tra l’altro quando arrivi al cartello che indica Santiago e pensi di essere arrivato, ci sono ancora dei kilometri da percorrere, per cui hai davvero l’impressione di non arrivare mai. Comunque non mi sono mai sentita inadeguata e una forza inaspettata mi ha sempre sorretto, facendomi scoprire alcuni aspetti di me che non conoscevo o che non avevo mai sperimentato. Accanto a questo, poi, la vicinanza con la natura, gli incontri umani che si fanno sono impagabili e alla fine del cammino, quando davanti alla tomba di San Giacomo vedi sfilare centinaia di fedeli in preghiera, anche se quello che ti ha spinto non è stata una motivazione religiosa, capisci che il Cammino è davvero un viaggio per ritrovare se stessi.


Allora consiglieresti alle nostre amiche di intraprendere il cammino di Santiago? A proposito raccontaci la tua giornata-tipo.
Lo consiglierei sicuramente, per le ragioni che ho espresso prima, ma certamente ci vuole una discreta preparazione e un periodo di allenamento, per non mollare alla prima difficoltà, poi per chi vuole comunque provare, si possono scegliere percorsi anche meno impegnativi, ma la soddisfazione di raggiungere la meta c’è comunque. Naturalmente bisogna scegliere anche il periodo giusto. La mia giornata tipo? Come ti ho già detto, ho fatto il Cammino Primitivo in 13 tappe. Dovevano essere tutte uguali e lo sono state per i requisiti fondamentali, vale a dire sveglia poco dopo l’alba, colazione abbondante, camminata, breve sosta spuntino, ripresa del cammino e finalmente la meta mentre, al contrario, ogni giornata è stata letteralmente diversa da quella precedente. Sono entrate in gioco variabili che hanno reso unica ogni tappa. La prima tappa,Oviedo/Grado la ricordo per l’emozione di trovare la prima concha, come la flechas amarillas, la freccia che segnala anch’essa la direzione da prendere e il divertimento iniziale è stato proprio quello: rintracciare i segnali per essere sicura di essere sulla strada giusta. In ogni tappa, all’arrivo, la prima cosa era sempre quella, tirare fuori la credenziale del pellegrino per il sellos, il timbro dell’albergo o dell’ostello e ho sempre provato una grande soddisfazione. Come durante il percorso, quando passavo davanti a una chiesa o mi fermavo al bar per una spremuta d’arancia, timbravo il mio passaporto del pellegrino a dimostrazione che sì ero arrivata fin lì e sarei riuscita ad arrivare sulla tomba di Santiago. All’arrivo, nelle tappe piu’ faticose, quelle dove superavo i 30 km, ricordo in particolare le scale da salire per raggiungere la camera. Le gambe erano tronchi e lo zaino non lo sentivo piu’, era diventato parte delle mie spalle. E prima di buttarmi sul letto la doccia era diventata un rituale rigenerante. Durante la quinta tappa, Pola de Allande/ La Mesa, in montagna, ho camminato sotto la pioggia, faceva freddo, avevo le mani gelate e arrivata, l’ostello non era riscaldato e non c’era neanche il phon. Ecco ricordo quella fantastica doccia bollente. La stanchezza scivolava via, mi scaldavo e riacquistavo le forze. Quella notte ho dormito vestita. Di solito ogni tappa camminavo dalle 5 alle 7 ore e all’arrivo, dopo il riposo di un’oretta o due uscivo per visitare il paese alla ricerca di un posto dove cenare, quasi sempre, con il menu del pellegrino. Un pasto completo, sostanzioso e gustoso ad un prezzo da pellegrino, mai speso piu’ di 16 euro: pane, acqua, vino, zuppa di verdura o legumi e secondi di carne o pesce, per finire con il dolce. Non sono mai andata a dormire dopo le ventidue. Sonno profondo e ristoratore. E il mattino dopo, di nuovo in cammino.
Prima mi hai detto di aver camminato quasi sempre da sola, ma ricordi degli incontri con altri pellegrini fatti magari durante le soste? Penso che un viaggio come il tuo riservi degli aspetti umani interessanti!
Durante il percorso, prima di arrivare a Melide dove il Cammino Primitivo si congiunge con il Cammino Francese,si incontrano pochi pellegrini e per la maggior parte spagnoli. Ho camminato per alcuni tratti con due spagnoli, in pellegrinaggio verso Santiago per ringraziare il Santo di una grazia ricevuta. I sorrisi, la gentilezza, il desiderio di confrontarsi è comune a tutte le persone che ho incontrato, in ogni tappa. Una coppia polacca, una texana, un gruppo di ragazzi di Taiwan, poche parole per brevi tratti. Ognuno ha il proprio passo e dopo un po’ ci si saluta. Con una ragazza italiana che lavora in Inghilterra ho parlato molto, seduta a un bar a Tineo mangiando una insalata con polipetti arrostiti. Con un ragazzo di Viterbo che lavora a Gerusalemme abbiamo parlato della guerra e della crudeltà umana. Ci siamo salutati abbracciandoci. Ho camminato spesso per molti chilometri da sola, come ti ho detto, ma mi sono sentita quasi sempre al sicuro.La tappa finale Brea/Santiago de Compostela me la ricordo per la coda di Pellegrini in cammino verso la Cattedrale. Mai visti tanti fino a quel momento. Arrivata nei pressi della Cattedrale quasi correvo sotto la pioggia. Sensazione unica, mai provata prima.
Oltre al paesaggio e ai brevi incontri che altro ti ha colpito ? Hai visitato città e monumenti?
Non ho avuto occasione di visitare musei o particolari siti archeologici quando raggiungevo una meta, per il poco tempo a disposizione e perchè modificare al percorso, a piedi, diventava inaffrontabile.
Ma all’arrivo a Oviedo, in una meravigliosa giornata di sole, mi ha colpito la cura e l’eleganza della città. Ho visitato il centro che sale verso la Cattedrale gotica di San Salvador con la sua Camara Santa dove è conservato il sudario di Cristo e dove ho ritirato la credenziale del Pellegrino e la concha da appendere allo zaino. Il Cammino parte proprio dalla Cattedrale, da quella piazza dove c’è la statua di Alfonso II, primo Pellegrino medievale. Ho passeggiato per il centro che è ricco di sculture a grandezza naturale e giardini.
In ogni tappa durante il percorso in mezzo a boschi e piccoli borghi si passa davanti a chiesette e cappelle testimonianze di epoca pre-romanica, ma molto spesso rifatte in stile classico e barocco. Molto suggestive perchè immerse nel verde o in posizioni panoramiche eccellenti.
Molto bello e imponente il monastero di San Salvador della tappa Grado/Salas che non ho visitato perchè chiuso.E in ogni borgo o fattoria ci sono gli horreo, granai sopraelevati in legno con particolari pilastri in pietra che li caratterizzano. Quelli asturiani sono imponenti, quelli galiziani più piccoli e semplici.
Arrivati in Galizia ad ogni incrocio ci sono i Cruceiro, grandi crocifissi in pietra, caratteristici di quella zona. Poi si arriva a Lugo, meravigliosa città con la sua cerchia di mura che racchiude il centro storico. Le sue mura mi hanno ricordato Gerusalemme .
Nella tappa Melide/Brea si passa su un ponte medievale sul quale, dicono, sia passato anche Alfonso II durante il suo pellegrinaggio…grande emozione.
E poi Santiago de Compostela. Quando sono arrivata alla Cattedrale e ho alzato lo sguardo verso la maestosità della scalinata e del portale, mi sono portata al centro della Piazza e ho tirato un sospiro di sollievo. Sotto la pioggia tra abbracci e sorrisi vari mi sono inginocchiata per la piu’ classica delle foto ricordo.

E allora che cosa ti ha lasciato il cammino di Santiago?
Quello che il cammino mi ha insegnato è principalmente ritrovare uno stile di vita semplice, basato sull’essenzialità, sulla sobrietà, sulla fratellanza, la gioia di condividere con gli altri, come sto facendo anche con te e con chi leggerà la tua intervista, un pezzo di strada della mia vita e infine ritrovare il valore del tempo e del rapporto con la Natura.Se il mio viaggio era stato concepito come una sfida, alla fine ho capito il senso e il valore del “pellegrinaggio”, come ricerca di sé stessi.















