Spreco di Cibo: Da Pinocchio a Brooklyn

Colpa del contesto

Nel 1958, mio anno di nascita, l’economista John Galbraith pubblicava il suo libro sulla società opulenta, almeno sul piano della ricchezza privata: un concetto e un’opera troppo difficili per il mio comprendonio. Certo però posso capire di vivere in un contesto in cui non mi è mai mancato nulla, a differenza dai miei genitori e, soprattutto, dai nonni.

Sarà per questo che posso cogliere alcuni aspetti della povertà, ma non tutti, non avendola frequentata. Oggi riflettevo sulla mia percezione del concetto di spreco (Consiglio di lettura: Spreco di Andrea Segrè, 2014).

Me ne sono formata un’idea a partire dal consiglio di babbo Geppetto a Pinocchio, di non lasciare le bucce e il torsolo della pera, perché possono venir buoni anch’essi quando si ha fame, come puntualmente accade allo schifiltoso bambino-burattino. L’autore, il Lorenzini, non era di famiglia ricca, ma ha sempre mangiato un paio di volte al giorno e ha potuto studiare, come me.

Da lui, come poi dalla parabola del ricco epulone, ho ricevuto la connotazione moralmente negativa dello spreco: si butta via il cibo per poi pentirsene, si butta via il cibo in spregio a chi non ne ha. Insomma, la questione era vista dalla parte dell’abbiente che non conosce il valore delle cose e le spreca.

Poi ho letto Un albero cresce a Brooklyn, un bel libro del 1943 di Betty Smith, per ragazzi e non solo. Protagonista è una famiglia di immigrati irlandesi, che alla miseria nativa aggiungono quella derivante dall’alcolismo del padre. La miseria degli irlandesi, almeno in letteratura, è qualcosa di particolare, di più misero della povertà normale, sarà forse a causa del clima: si pensi a un altro bel libro, Le ceneri di Angela. Ma, tornando a Un albero cresce a Brooklyn, mi stupì un esplicito elogio dello spreco, contenuto nel gesto della protagonista adolescente, Francie. Bambina che non mangia quasi mai un pasto decente, riceve però, come il fratellino, una tazza di caffè al giorno. Sono certa che si trattasse di una ciofeca di pessima qualità, comunque l’autrice la definisce amarissima e i bambini, una volta terminato il calore che emana a tenere la tazza tra le mani, sono autorizzati a gettarla nel lavandino. Un gesto ampio, quasi sfarzoso, immagino la parabola del liquido marrone che viene lanciato nelle profondità del secchiaio. Ebbene, questo lancio serviva a dare anche a loro, bambini poveri, la sensazione di poter sprecare, come i ricchi. Una sensazione benefica.

Mi ci sono mai trovata in questa posizione? Mai.

Le amiche