
Subdole architetture
Della graduale scomparsa dei vespasiani dalle nostre città si sono occupati, con una vena di rimpianto, i giornali e persino un cantautore: Gipo Farassino. Più interessante, però, appare il significato non della sparizione, ma della presenza di questi orinatoi pubblici a edicola, templi della maschil minzione ed occasionale teatro di fugaci incontri omoerotici. I vespasiani, inoltre, sono percorsi da uno scroscio perenne d’acqua, che costituisce spreco ma raramente lamentato, a fronte della funzione igienizzante e del controllo della loro spiacevole caratterizzazione olfattiva.
L’immagine che essi evocano è quella di uomini che escono in lieta brigata, per bere un paio di birre o una mezza bottiglia di vino a testa, senza la preoccupazione di rischiare una multa per una improvvida liberazione contro un muro. Ma ai vespasiani non corrispondevano analoghi servizi per le signore, che si supponevano non destinate a uscire, ma a restare a casa a pulire la medesima e a guardar sobbollire il ragù. E se andavano al bar, al massimo un tè o meglio ancora un caffè che, ammontando a pochi centilitri, non suscitava urgenze. Nel caso, diritto a casa!
Dei loro bisogni non ci si occupava né ci si preoccupava, avvolti come erano in quella nube di deprecazione, quando non di disgusto, che la società ieri riservata e forse ancor oggi riserva ai fluidi corporei femminili.
I vespasiani, invece, pur garantendo un briciolo di privacy, consentivano a una metà del cielo, sempre a quella, quell’orgoglio della liberazione di liquidi in compagnia che appare evidente, in montagna, quando maschi di spalle a gambe larghe contemplano la vallata in posa archetipica. Dum socius mingit, minge, aut mingere finge.
La discriminazione ma, soprattutto, il subdolo confinamento delle donne entro spazi domestici si avvale degli strumenti meno ovvii: guardate con sospetto ai vespasiani!
Contegno in biblioteca
Poiché in questo blog si aggirano bibliotecarie in quiescenza, ancorché intellettualmente inquiete, cade a fagiuolo la voce della rubrica del galateo nella Enciclopedia delle Donne (Fratelli Fabbri editori), intitolata “Nelle biblioteche” (vol. XII, p. 2472, 1964).
Il paragrafo “Il contegno” già dal titolo promette bene: provate a pensare quando avete sentito parlare l’ultima volta di contegno. Concetto superato, come liquore superato è il ratafià. Il breve testo della enciclopedia è alla prima persona plurale, riferita a chi? A noi donne, che diamine. Alle nostre mamme, le quali osavano accostarsi al tempio del sapere sprovviste della creanza che ciò richiede, se non fosse stato per il provvidenziale insegnamento dei Fabbri.
“Dopo aver consegnata con un breve e mormorato «per favore» la nostra scheda all’inserviente, aspetteremo senza impazienza e senza sollecitazioni che ci venga portato il libro. Dopo di che entreremo silenziosamente in sala di lettura”. I Fabbri dimenticano di suggerire un umile e devoto “grazie” da sussurrare al latore del volume, fosse pure il tubo della posta pneumatica.
Varcata la soglia della sala di lettura, continua l’Enciclopedia, “è proibito discorrere, anche se a bassa voce, mormorare tra sé, spostarsi da un tavolo all’altro, sfogliare le pagine dei libri con eccessivi fruscii, gesticolare, battere il piede per nervosismo, fumare”. Imbalsamate nel ruolo di lettrici, grate e consapevoli dell’immeritata concessione del sapere, le nostre genitrici compulsavano il testo. Resistevano stoiche al fastidioso prurito al naso, che avrebbe richiesto una plebea seppur discreta grattatina, ignoravano con classe suprema le occhiate lascive del lettore accanto, passavano sopra alle deiezioni di mosca che costellavano il tavolo. Addirittura – e questo è l’apice dell’educazione in biblioteca, fatto di non chalance e di appena un pizzico di autentica coglioneria – non facevano rilevare che il libro ricevuto non era quello richiesto: XI.7.6 e non XI.7.419, che si strafulmini l’incaricato.

