
Storie di donne 7 di Biancastella
“Cittadini, se voi spezzare volete le catene dei re, noi spezzare vogliamo anco le nostre”
Queste parole, potenti e ultimative, furono pronunciate da una giovane donna – Carolina Arienti – in un memorabile discorso, La schiavitù delle donne, il primo con questi toni sull’argomento, pronunciato nel 1797 nella sede dell’Accademia di Pubblica Istruzione in Mantova, subito dopo la liberazione da parte delle truppe francesi. Ma riavvolgiamo il nastro della storia per conoscere meglio la protagonista e il suo tempo.
Il femminismo, è noto, è un fenomeno che ha una storia abbastanza recente. Gli studi sui personaggi e le circostanze che ne hanno costituito i prodromi si sono spinti fino al XIX secolo e difficilmente si è arrivati a considerare il XVIII che, invece, ha visto nascere un dibattito abbastanza vivace sulla condizione della donna. La lacuna non è stata ancora colmata ma si sono accesi i riflettori su alcune figure femminili che hanno preso coscienza dell’arretratezza della loro condizione, soprattutto alla luce di quei principi democratici che si andavano affermando con l’Illuminismo e che hanno stimolato la nascita di inediti movimenti per l’emancipazione femminile. Le fonti che sono state prese in considerazione sono prevalentemente letterarie, giuridiche e biografiche ed inoltre limitate alle classi più elevate ovvero al mondo delle accademie e dei salotti. In questi ambienti, infatti, il problema dell’esclusione delle donne dagli studi delle scienze e delle arti era particolarmente sentito e alcuni giornali, anche in Italia, si fecero promotori della denuncia delle discriminazioni che colpivano le donne, accusando di questo l’educazione familiare e i pregiudizi degli uomini. In Francia la tematica della violazione dei diritti delle donne era particolarmente sentita e affrontata con incisività, perciò quando i francesi arrivarono in Italia la loro influenza fu determinante sulle rivendicazioni delle donne. Nella Repubblica Cisalpina si diffusero i Clubs che presero il nome di Circoli costituzionali, che divennero sedi di vivaci dibattiti e centri di divulgazione delle nuove idee. A questi circoli parteciparono numerose donne della borghesia, “le cittadine”, e a Venezia e a Bologna furono fondati addiritttura dei circoli esclusivamente femminili. Nei circoli le donne potevano tenere discorsi in pubblico, generalmente di taglio squisitamente patriottico, ma quello di Carolina Arienti aveva un taglio decisamente diverso come si evince proprio dal titolo: La schiavitù delle donne. Di che cosa trattava, dunque, questo discorso e chi era Carolina Arienti?

Nasce a Firenze nel 1771 da una famiglia di modeste condizioni, sposa nel 1788 lo scrittore e politico giacobino Giuseppe Lattanzi, da cui, sembra, sia stata incentivata a scrivere. I repertori che la citano la definiscono, infatti, poetessa, scrittrice e giornalista. In realtà, come poetessa, le viene attribuita solo una raccolta di versi, Cantici, pubblicati nel volume Omaggio poetico di vari autori per l’Imeneo di Napoleone con Maria Luigia d’Austria, uscito a Venezia nel 1810. Ma vediamo quale novità contiene il suo discorso sulla schiavitù delle donne, pubblicato in seguito come opuscolo e dedicato a Josephine, moglie di Napoleone – “liberateur de notre pays” – , perché potesse farsi portavoce della situazione di sottomissione – “esclavage” – delle donne italiane.

Lucida e spietata è l’analisi dell’Arienti che denuncia che la schiavitù delle donne comincia con i padri, spesso tiranni delle figlie, prosegue con i mariti e termina con i despoti che con le loro legislazioni oppressive e discriminatorie hanno impedito alle donne di esercitare i loro diritti patrimoniali, come nei confronti dell’eredità, familiari, come nei confronti del divorzio e sono pesantemente intervenuti nelle loro scelte di vita, visto che per il fatto di ricevere un’istruzione frivola e superficiale, sono escluse dagli impieghi e sono recluse o nelle loro case o nei conventi. La Arienti sostiene, dunque che gli uomini hanno ostacolato colpevolmente l’emancipazione della donna e non le hanno mai consentito di svolgere un ruolo attivo nella società.
Le donne, al contrario, devono avere gli stessi doveri e diritti degli uomini e la rivoluzione non può essere tale se si escludono le donne che sono la metà del genere umano.
“Voi odiate un despota, noi detestiamo l’aristocrazia degli uomini, sotto la quale gemiamo per tanti secoli! E che! Sono forse indegne le donne di avere comuni con voi i diritti e i doveri? Non sono esse capaci delle azioni le più magnanime?” E in suo soccorso cita famosi esempi di donne della Roma antica, senza le quali la gloria e la libertà non sarebbero state conquistate. Il discorso si avvia al termine con un’accusa di grande impatto: “Gli uomini ci hanno sempre educate nell’ignoranza de’ sistemi civili e scientifici e nel fanatismo della superstizione. […] Ma furono soli gli uomini che ingannarono a cento foggie e divisero le nazioni, dando l’aria di mistero alle più grossolane e contraddittorie asserzioni. Ecco come l’ingiustizia degli uomini e l’impostura ci hanno fin qui afflitte e oppresse”. E conclude il suo discorso con l’esclamazione: “Deh, giunga pertanto il giorno di redenzione anco per il mio sesso, e allora a buona ragione ci chiamerete la più cara parte del genere umano”.
Se il discorso di Carolina, divulgato grazie alla sua pubblicazione, servì a denunciare per la prima volta in maniera così forte la condizione di sottomissione della donna, altrettanto incisiva fu l’influenza sulle donne che la scrittrice esercitò col settimanale fondato insieme a suo marito a Milano nel 1804 – Il Corriere delle Dame – che nasceva come periodico femminile e che diresse fino alla sua morte, avvenuta nel 1818. Pur essendo, infatti, una delle prime riviste di intrattenimento e di moda ispirata al formato delle gazzette settecentesche, il giornale conteneva insieme ai figurini di moda, magnifiche incisioni in rame, notizie e informazioni utili in materia igienico-sanitaria, puericoltura, cronache teatrali e letterarie, anche articoli di politica, raccolti nella rubrica Termometro politico, che riportava i fatti salienti dell’epoca accompagnati da commenti. Insomma, insieme alla moda, la presenza di letture e contenuti impegnativi risultarono molto graditi alle lettrici che apprezzavano le tendenze protofemministe della redattrice/direttrice della rivista. IL giornale sopravvisse anche dopo la morte di Carolina e fu chiuso solo nel 1875.


