Il Ruolo Unico di Abelarda nel Patrimonio Bolognese

Il sale sulla coda 5 di Marina Zuccoli

Ferula pro bono

In omaggio alla squisita anfitriona di questo blog, nonché autrice di centinaia di profili di donne eccelse nei vari campi dell’umana attività, ecco un medaglione su una signora senza dubbio rimarchevole. Il suo ricordo vada ad aggiungersi al sillabo delle donne speciali, che Biancastella ha costituito in questi anni. Marina

Di Abelarda Sirventesi Geremei, benefattrice dei beni artistici bolognesi, si era sorprendentemente persa memoria, fino al rinvenimento dei suoi taccuini contabili nell’Archivio di Stato. Grazie a due tesi di laurea, basate su interviste e testimonianze orali di contemporanei e parenti, disponiamo oggi della sua biografia.

Abelarda nacque a Bologna nel 1887 da famiglia abbiente, che le consentì di perseguire le sue due grandi passioni: l’equitazione e lo studio della storia dell’arte. Amazzone gagliarda, si laureò in arte antica e fu la prima donna a ottenere la cattedra omonima presso l’Ateneo felsineo. Ben presto Abelarda si rese conto che la città non disponeva di fondi per la tutela e la conservazione dello straordinario patrimonio artistico, collocato in stato precario nelle chiese e nei musei. Decise così di attivarsi. In un edificio di proprietà della sua famiglia, sito in via di Galliera, stabilì la prima casa di piacere finalizzata al restauro. Al piano terra il suo ufficio, la cassa e i salotti per l’attesa, al piano superiore le camere. Il motto dello stabilimento, specializzato in sado-maso, si può ancora leggere sull’architrave del portone.

Abelarda seppe guadagnare somme ingenti, con cui finanziò l’acquisto di pigmenti naturali per ricostruire i dipinti e un metro cubo di marmo pario per la ricostruzione delle braccia dell’Ercole del Giambologna. In una sola occasione prestò i propri talenti di dominatrix alla causa, quando, in una memorabile seduta, fustigò per venticinque minuti ininterrottamente il presidente della Corte d’Appello e due cancellieri. Sebbene costretta poi a portare un tutore al polso per otto giorni, ne ricavò i fondi per rendere al pristino splendore il ritratto di Sassolone de’ Bianchi eseguito dal Pollaiolo.

L’impresa della Sirventesi Geremei proseguì anche durante la 2° guerra, con l’arrivo di clientela tedesca, soprattutto ufficiali, i quali vennero frustati con entusiastica energia e italico vigore. Amata da Soprintendenti, restauratori e galleristi, rimpianta dai clienti, si ritirò a vita privata nel 1951 e morì dopo un anno, lasciando incompiuta una monografia sulle pittrici bolognesi.